martedì 5 marzo 2019

Genova, io mi ricordo


Nonostante il muro di gomma eretto a livello di governo e parlamento, le città votano la Mozione Assisi che chiede di fermare la fornitura di armi all'Arabia Saudita impegnata nella guerra in Yemen. 


Dopo la presentazione della istanza in Campidoglio a Roma, ho ricevuto questa testimonianza di un amico genovese. 
Ricordo che nel 1980  come FLM ( Federazione lavoratori metalmeccanici) facemmo una manifestazione a Bologna contro gli armamenti “ tanta corazza e poco cervello”.
La sensibilità nei confronti di queste tematiche erano anche allora tiepide e quel poco era tutto monopolio della sinistra. 
Pero’ si lavorava bene....
Quel giorno a Bologna della mia fabbrica( Elsag di Genova, 1200 lavoratori )del mondo cattolico, eravamo in due.
Anche nella nostra fabbrica, c’era la produzione militare ed era di alto livello. Quindi era difficilissimo entrare in argomento...

Oggi X me Dove sta’ la grossa e importantissima novità ?
La presenza del mondo cattolico: FINALMENTE.‼‼
È’ un segnale forte che naturalmente deve crescere, ma c’è.
Per dirti: nella mia fabbrica c’era un gruppo di cattolici che si trovavano settimanalmente: ebbene a me e all’altro”cattolico” ci bollarono come eversivi e "rossi" e che non li rappresentavamo...e di fatto ci emarginarono dal gruppo

Su questo tema non devono esserci divisioni.  



giovedì 31 gennaio 2019

Nuova strategia della tensione e il conte zio



C'è da chiedersi seriamente fino a quando riuscirà a poter resistere la netta posizione assunta dall' Avvenire di Marco Tarquinio nel duro confronto della politica sui migranti del governo Conte a trazione Salvini. 
Rivedendo il passato, ad un certo punto il realismo descritto da Manzoni, tra il conte zio e il padre provinciale, abbandona il giusto alla mercè del violento.  


Giuseppe Donati, direttore de Il Popolo, ad un certo punto andò in esilio e la sua Chiesa stipulò la conciliazione con "l'uomo che la provvidenza ci ha fatto incontrare", evento celebrato demolendo gran parte dell'antico borgo Pio. 
I tempi sono cambiati, lo spero. 
«La “strategia della tensione” voluta dal ministro Salvini e che il governo Conte appare determinato a far sua politicamente sin davanti al Tribunale dei ministri assume sempre più i connotati di una “guerra” contro i migranti più poveri, adulti o bambini che siano. Solo loro arrivano via mare. E solo loro sono colpiti dalla strategia dei porti chiusi e delle vite in ostaggio». Marco Tarquinio 31 gennaio 2019 


   


lunedì 28 gennaio 2019

Ribaltare la visione per capire e agire





Siamo sicuri che è così importante informare e far conoscere la realtà delle cose? 

E una volta che hai avuto notizia della partenza di bombe dal tuo Paese con destinazione Arabia Saudita che le utilizza sulla popolazione dello Yemen cosa cambia?
Non è un conflitto sconosciuto. Dopo che ne ha parlato il New York Times, da bravi provinciali, almeno per un giorno anche i media italiani ne hanno parlato. Spesso con la miopia che si concentra sulla responsabilità esibita ipocritamente dell’operaio costretto a lavorare per costruire strumenti di morte per non cadere in disoccupazione. Come se non fosse l’intero sistema produttivo e finanziario a imporre questo ricatto della mancanza di alternativa.

Non manca la capacità di indignarsi, per poi cambiare rapidamente canale, quanto di fermarsi sul fatto per dare spazio ad una risposta mite ma ostinata, capace di offrire una diversa narrazione, per esempio, alla banalità del male. Possiamo smontare la tesi oscena che giustifica la necessità di produrre e vendere armi ai Paesi in guerra perché, comunque sia, altri lo farebbero al nostro posto?

Allora perché non vendiamo la droga pesante? Ha risposto Maurizio Simoncelli, esperto di Iriad, in una audizione parlamentare davanti alla obiezione del solito deputato.
I governi a guida Pd hanno rigettato le mozioni che chiedevano uno stop all’invio di armi verso l’Arabia Saudita come previsto dalla legge 185/90 e da numerose risoluzioni del parlamento europeo. Ora il M5S al governo non sembra intenzionato a dare seguito alla posizione espressa quando era all’opposizione. Il senatore Cotti, sempre in prima linea nel denunciare i carichi di bombe da Cagliari, non è stato messo in lista. Ci sono dichiarazioni di intenti della Ministro Trenta, subito rintuzzate dal sottosegretario agli esteri, il legista Guglielmo Picchi. Il centro studi Machiavelli ha presentato una ricerca per confermare la necessità di sostenere il nostro rapporto di forniture militari a questo Paese decisivo per gli equilibri dell’aerea.  “Se non le forniamo noi le armi, la guerra non si ferma e altri lo faranno al nostro posto”, ha ribadito il generale Morabito, già docente del Nato defence college, durante la presentazione del rapporto palesando l’insofferenza per le tesi buoniste che ci condurranno “a tagliarci gli attributi” davanti alla strafottenza francese pronta sempre a fregarci il posto.  

 È così. C’è una corsa agli affari possibili in base al progetto globale “Saudi vision 2030” elaborato dalla Mc Kinsey, i consulenti statunitensi, non solo della monarchia saudita. E basta farsi un giro sul sito della fiera delle armi in Egitto del 2020 per capire quanto possa contare lo sdegno per la cortina fumogena gettata intorno alla orribile uccisione di Giulio Regeni.

mercoledì 23 gennaio 2019

Conversazioni in Sardegna 2




Ho cercato di capire dal dottor Nuccio Guaita le radici della cultura resistente alla guerra. Lucidità e capacità di rendere ragione sono un bel dono. 
Medico e politico, il dottor Guaita fa parte di un gruppo di lavoro, circa 20 persone, sulla Storia della medicina, coltivando grande attenzione alla letteratura. Ha scritto ultimamente delle “madri del deserto”, molte meno note dei “padri”, che appartengono agli inizi del Cristianesimo. Collabora con il Settimanale diocesano che non è un bollettino interno ma un significativo e interessante valore editoriale.

Una bella storia la tua, caro “zio Nuccio”. Quando sei nato?
Sono del 1928 e quindi ho superato la soglia dei 90 anni.

Che formazione hai ricevuto?
Ho iniziato a seguire il cammino formativo dell’Azione cattolica quando ancora c’era Pio XI.  Un periodo di forte tensione morale tra Regime e Chiesa che poi si è consolidata negli anni successivi. L’associazione è cresciuta molto bene durante il periodo del secondo conflitto mondiale. La nostra città era stremata perché era esposta come obiettivo militare. Era infatti il capoluogo di una zona industriale e mineraria importante. In generale, a mio giudizio quel percorso di laici cristiani è stato il frutto di una felice intuizione di impegno fecondo e più maturo, più rispondente ai tempi nella “collaborazione dei laici all’apostolato gerarchico della Chiesa”. In effetti, non è mai stata l’Azione cattolica, come pure è stato ingiustamente detto, “una cinghia di trasmissione” del clero. Eravamo, questo sì, molto amati dalla Chiesa, con un affetto che non intravedo oggi nel rapporto con i nuovi movimenti d’impegno cristiano nella società, visti, in fondo, sempre con qualche riserva.

Si tratta di realtà recenti, giunte, alcune, ad una fase di verifica interna…
Lo so, leggo gli articoli di Luigino Bruni su Avvenire a proposito della crisi di quelle che egli chiama “organizzazioni a movente ideale” e devo dire che considero come espressione di maturità l’emergere di una serena e aperta autocritica. Davvero una cosa bella! Un segno di libertà in una società che non crede ormai alla politica ma vede un numero crescente di persone assoggettate a qualche idea in maniera del tutto priva di autocritica.
Io ho militato in un partito e so bene che ciò non vuol dire essere acefali, ma oggi pare che non esista davvero la testa, non c’è un pensiero, tanto meno critico; quando c’è, è …astensionista.                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          
Venivate da una storia complessa, fatta di prese di posizione critiche all’interno di un mondo associativo che ha visto il passaggio da un certo trionfalismo alla scelta più radicale e intensa. Ho saputo, ad esempio, che Iglesias ha avuto anche una delle prime comunità di Charles De Foucauld…                                                                                                                                                                                                                                         
Venne qui da noi, con i “Piccoli Fratelli”, fratel Renè Voillaume, il successore di De Foucauld. Si stabilirono nella zona operaia di Bindua per condividere in tutto la condizione dei minatori. 
La presenza della fraternità di Charles de Foucauld a Iglesias risale agli anni ’60: Carlo Carretto, Arturo Paoli e Gerard Fabert. Quest’ultimo apparteneva ad una ricca famiglia francese che ormai lo aveva dato per perso dopo la sua decisione di ritirarsi nel deserto. Poi, tramite un mio collega, gli fece arrivare degli aiuti per la comunità qui in Sardegna.

Che facevano qui da voi?
Lavorano in miniera. Gerard era un minatore ed è sepolto ad Iglesias nella frazione di Bindua, in direzione Carbonia,nella chiesa dei minatori di  san Severino. I “fratelli” erano tutti sacerdoti e sono stati di grande e commovente esempio perché scelsero di condividere la vita delle famiglie in un rione  povero e dignitoso. Ovviamente Paoli non aveva certo perso la sua grinta di critico nei confronti della scelte ecclesiali del tempo. Non c’è cittadino che non li ricordi con affetto,i “Piccoli Fratelli”, come persone povere tra i poveri, che partecipavano attivamente alle azioni sindacali mantenendo una vita contemplativa. Nella loro casa si trovava una cappellina che anche io ho frequentato. Così come ho avuto la gioia della loro presenza nella mia famiglia. La loro esperienza è durata circa 15 anni, a cavallo degli anni ’60 ed è terminata con la chiusura delle miniere.

Erano quindi preti operai?
Così venivano chiamati ed erano inseriti pienamente nella società iglesiente ma la definizione era impropria, erano una comunità spirituale pienamente inserita nella realtà locale e del lavoro manuale. Arrivarono quando era vescovo monsignor Pirastru, una personalità imponente, anche fisicamente,  di grande pietà, per 40 anni alla guida della diocesi. Un vero pastore che aprì loro le porte, chiuse, invece, in altre sedi. A volte accadono cose inattese. 


sabato 19 gennaio 2019

Poteri feudali e politiche industriali






Nel 2003 milioni di persone scendono in piazza per fermare la guerra in Iraq ma il complesso militar industriale se ne infischia. Il movimento per la pace si trova davanti ad un dilemma antico. Lanciare l’invito alla disobbedienza generale oppure accettare il fatto compiuto, con la conseguenza di svuotare partecipazione e democrazia? L’attuale tragica percezione di non contare nulla è il frutto di quel disincanto.

Caso Rwm  

Anche quando si viene a conoscenza che una azienda italiana, situata in Sardegna, fabbrica ordigni destinati a colpire indistintamente la popolazione civile dello Yemen, il moto prevalente nella coscienza è la rimozione.
La Rwm Italia è controllata dalla Rheinmetall tedesca, attore internazionale nel campo degli armamenti, che probabilmente potrebbe spostare, come dicono alcuni analisti, la produzione di bombe in Arabia Saudita, investendo nel Paese considerato, a ragione, l’Eldorado per i venditori di armi.  Stretti legami geopolitici con gli Usa, oltre Obama o Trump, rappresentano la certezza di non avere noie. A nulla valgono i rapporti degli esperti dell’Onu sui crimini di guerra che si consumano, dal 2015, nel territorio yemenita conteso tra sfere di influenza iraniane e saudite. A poco conducono le risoluzioni del Parlamento europeo che invitano i Paesi membri a fermare il rifornimento di armi in atto. O meglio, la civilissima Germania osserva tale limite nelle partenze dai propri confini, ma delega a noi il compito scellerato, che dovrebbe essere vietato dalla legge 185/90.
Un testo normativo che non è sceso dall’alto ma è stato conquistato a caro prezzo da un pezzo di società attiva e responsabile. A cominciare da quei lavoratori che pretendevano di lavorare senza contribuire ad alimentare guerre e regimi disumani.  Probabilmente uno degli ultimi frutti postumi del “magnifico trentennio” post conflitto mondiale che ha visto crescere diritti e benessere. Uno degli obiettori alla produzione bellica nell’Aermacchi, Elio Pagani, mi ha parlato degli operai che anche nelle assemblee cittadine intervenivano con la loro tuta di lavoro, esibita come titolo di nobiltà. 

Poteri feudali 
Ma come è noto nel dibattito economico politico, il mondo delle aziende è stato definito la traccia più resistente di un potere feudale, essenzialmente diseguale. Poter incidere su cosa, come e per chi produrre resta sottratto alla volontà del dipendente. Quando si parla di partecipazione, di solito si arriva a ipotizzare una parziale redistribuzione degli utili.
E, invece, senza agire sulle leve economiche non resta altro che la “magra potestà delle prediche” come diceva Giorgio La Pira. A che serve il Piano Sulcis della Regione Sardegna se non fa convergere il meglio della conoscenza e delle risorse per rispondere al ricatto di chi impone l’alternativa tra lavoro e guerra? Cosa ci stanno a fare le università, i centri di ricerca, le associazioni di diversa estrazione se non per agire assieme in un’opera di riscatto umano prima ancora che nazionale?
Bisogna anche liberarsi dalla idea errata che basta far conoscere il fatto clamoroso per incidere sull’opinione pubblica e produrre, così, il cambiamento. Del caso bombe italiane allo Yemen se ne è parlato anche in trasmissioni popolari come le Iene della Mediaset e in servizi di inchiesta su organi nazionali, soprattutto dopo uno scoop del New York Times. Ma è proprio la consapevolezza di non poter far nulla per cambiare il destino degli eventi a produrre una grande rimozione, che è conseguenza di un malessere profondo. Rincorrere con una macchina da presa un operaio per fargli dire che lui non vuole perdere il lavoro, anche perché altri costruirebbero bombe al suo posto, è fuorviante ma utile a confermare il giudizio pessimistico sull’essere umano.
Solo Tv2000 ha dato spazio adeguato alla famiglia Isulu, dove Giorgio, padre di 4 figli, ha detto senza retorica alcuna che, dopo aver perso il lavoro per un processo di delocalizzazione improvvisa, ha rifiutato di essere assunto nella azienda che produce bombe per i sauditi. Ho visto le foto delle manifestazioni operaie contro la chiusura della fabbrica di provenienza di Giorgio, controllata da una società multinazionale: i lavoratori apparivano con il volto coperto non per minacciare ma per paura di esporsi. Cercavano invano di fermare il trasferimento degli impianti.

Battaglia per una vera politica industriale
Esistono elementi per una diversa politica industriale. Il contributo di analisi e proposta di esperti come Gianni Alioti obbligano a ragionare sulle scelte compiute nel nostro Paese di rinuncia a settori di alta tecnologia dove era all’avanguardia, con ricadute enormi in termini di manca occupazione e deficit di investimenti nella ricerca, per far posto a strategie di corto respiro nell’area della “difesa”. Ciò che si produce in questo ambito ha bisogno di un mercato che va trovato sulle piazze internazionali, come ci ha dimostrato l’operazione “Sistema Paese in Movimento” del tour della portaerei Cavour tra penisola araba e continente africano, intrapreso a fine 2013 alla vigilia dell’impennata delle importazioni di armi dai Paesi dell’area.  Come afferma l’economista Luigino Bruni, «chi ha il potere di immettere sul mercato certi prodotti ne induce anche il consumo. Bisogna reintrodurre e prendere coscienza, in campo economico, della categoria del potere. Non esiste solo la libertà astratta degli individui ma gli assetti di potere. Se si vuole cambiare bisogna rimettere al centro un lavoro politico in senso alto, la necessita di lottare e di fare “la buona battaglia”».
Oggi in Italia esiste una traccia eloquente di questa “battaglia” nel percorso avviato dal maggio 2017 dal comitato per la riconversione Rwm che ha il suo epicentro a Iglesias, in Sardegna, nei luoghi dove l’azienda italiana controllata dai capitali tedeschi ha la sua base operativa, ma genera legami a livello nazionale e internazionale perché costituisce un caso di carattere universale. Ed è anche il punto più fragile dove è possibile  intaccare un sistema basato sulla ineluttabilità della guerra. Sulla sua necessità e giustificazione. Man mano, pubblicamente, hanno preso posizione contro la produzione di bombe, settori ecclesiali, parlamentari europei e amministratori regionali. Ma non basta enunciare un concetto per vederlo realizzato.  Occorre agire sui fattori di cambiamento, come cerca di fare il comitato per la riconversione che promuove incontri per una diversa economia del territorio, accoglie delegazioni internazionali e rappresentanti della società civile yemenita che resiste alla guerra e chiede giustizia per le bombe su scuole e ospedali (ad agosto l’ultimo attacco contro una scuola bus con decine di morti), l’epidemia di colera in corso scatenata dal conflitto. Son segnali da cogliere per rigenerare una coscienza condivisa. Non solo del movimento per la pace che è un fiume carsico pronto sempre a riemergere, ma come un definitivo appello alla nostra umanità sul crinale apocalittico della storia.  

pubblicato su Solidarietà internazionale 

martedì 15 gennaio 2019

Conversazioni in Sardegna


Alle radici di una ostinata resistenza alla guerra




A Iglesias, in Sardegna, si concentra l’azione di un movimento plurale che si oppone alla produzione di bombe vendute a Paesi come l’Arabia Saudita che le utilizza nel conflitto in corso nello Yemen.
Si tratta di persone che si espongono fisicamente dando ragione della propria scelta, in controtendenza con un costume italico che sembra, come al solito cadere dalle nuvole per poi nascondersi dietro la necessità di dare comunque lavoro in una terra, come il Sulcis Iglesiente, attraversata da una durissima crisi economica. È gente fiera che non accetta questo gemellaggio imposto con la forza e il terrore tra la loro meravigliosa terra e lo Yemen, uno dei giardini perduti dell’umanità.  Non si tratta, tuttavia, di una bella utopia, che si può sperimentare solo da giovani. Ci sono anche loro, ovviamente ma la ricchezza di questo movimento dal basso vede, in prima fila, uomini e donne, con carichi e responsabilità familiari, che conoscono bene il disincanto della maturità che genera ragionevoli e più solide certezze.

Merita perciò indagare sulle radici profonde di questa esperienza che esprime il paradigma contemporaneo di un dilemma antico come il mondo tra l’obbedienza dovuta alla coscienza o al potere.

Per alcuni questo agire si esprime in continuità con il percorso di quella generazione di cattolici passati, nel secolo scorso, attraverso le vicende dell’associazionismo laicale italiano che coincide, da queste parti, con la vita della famiglia Guaita. Antonio e Pia, quando si sono sposati erano entrambi presidenti diocesani della Giac (Gioventù italiana di azione cattolica) e della GF rispettivamente, con tanto di cerimonia  nella cattedrale di Iglesias che sorge nel quadrilatero centrale della elegante e antichissima città. Un matrimonio che ha generato quattro figli.

Ho incontrato “zio Nuccio”, come molti lo chiamano affettuosamente tra gli amici più giovani. Una mente e un cuore lucidi e attivi che è un piacere ascoltare. Medico per decenni e poi, come spesso capita fisiologicamente, impegnato politicamente nella Democrazia Cristiana fino a diventare assessore alla Regione Sardegna. È una guida morale che interviene pubblicamente nel dibattito democratico. Da iscritto Cisl, ha inviato una lettera, rimasta senza risposta, alla Segretaria generale del suo sindacato per chiedere le ragioni del silenzio dell’organizzazione dei lavoratori davanti all’incompatibilità morale tra la nobiltà del lavoro e le bombe prodotte dalla Rwm Italia tra Domusnovas e Iglesias, in una fabbrica che un tempo produceva, fino al 2001, esplosivi per l’industria mineraria.

La sua analisi è molto chiara: «il problema RWM-bombe sullo Yemen è politico – ci dice -proprio dei responsabili politici nazionali innanzitutto e della Regione Sardegna, per avere disatteso il “ripudio della guerra” di cui alla Costituzione italiana, alla Legge 185/90 e al divieto, di intesa internazionale, di fornire armi agli stati belligeranti. Non si può però mettere in pericolo l’attività della fabbrica e l’occupazione operaia senza predisporre l’ organizzazione di riconversione della fabbrica stessa, d’intesa con l’imprenditoria e i sindacati, per garantire la continuità stessa del lavoro. Spetta al Governo, di intesa con la Regione, la risoluzione di questa grave situazione(bombe che esplodono in Yemen, fabbricate in Italia, Sardegna!) che è derivata dalle decisioni assunte nelle sedi politiche. Una riparazione insieme politica e morale, ma urgente».

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