domenica 31 luglio 2022

La scelta atlantica. Intervista allo storico Guido Fomigoni

L’atlantismo, inteso come adesione convinta all’Alleanza Atlantica a guida statunitense, non è sempre stato un dogma per la politica italiana. Nell’immediato dopoguerra, ad esempio, è esistito un intenso dibattito tra i cattolici democristiani sull’adesione del nostro Paese alla Nato. 


 

Ne abbiamo parlato, mantenendo uno sguardo sull’attualità, con lo storico Guido Formigoni che è tra i maggiori conoscitori di quel periodo al quale ha dedicato molte opere, come ad esempio, “La Democrazia Cristiana e l’Alleanza occidentale” edita da Il Mulino. Formigoni, professore ordinario presso la Libera Università di Lingue e Comunicazione IULM di Milano, è esperto in storia delle relazioni internazionali oltre che di storia politica italiana e di storia del movimento cattolico in particolare. È considerato il principale biografo di Aldo Moro. Coordina il comitato scientifico che si occupa della pubblicazione dell’Opera Omnia del cardinal Carlo Maria Martini.

Avvicinandoci ai documenti risalenti al periodo del dopoguerra colpiscono i toni molto critici di esponenti di primo piano della Dc come Giovanni Gronchi (futuro presidente della Repubblica), e di Giuseppe Dossetti, senza dimenticare l’acutezza delle analisi di Dino Del Bo, nei confronti della linea assunta dall’allora ministro degli Esteri, il laico Carlo Sforza, fortemente sostenuta, invece, da Alcide De Gasperi. Quali furono le linee essenziali e di lunga portata di quel dibattito interno?
Risponde al vero che la “scelta occidentale” della Dc nel primissimo dopoguerra non fosse semplice e tranquilla. Un po’ per ragioni di contingenza: tutto un mondo non era abituato a ragionare in termini di politica estera operativa, e la delineazione delle istituzioni e delle politiche dell’Occidente dopo la scelta statunitense del “containment” verso l’Urss non fu sempre lineare ed evidente ad osservatori non “interni” (ma anche ad alcuni diplomatici). Infatti, l’Italia era già nella sfera d’influenza occidentale dal 1943 grazie all’arrivo delle truppe angloamericane e quindi, dopo il 1947, il problema non era il “se”, ma il “come” starci.

In questo senso si aprì un dibattito molto condizionato da elementi culturali un po’ generali ed enfatici: ad esempio l’idea che il cattolicesimo avesse un compito storico mediatorio fondamentale, oppure che l’Italia “guelfa” (cioè legata al papato) dovesse assumere un ruolo internazionale “al di sopra delle parti”, mentre molti recriminavano ancora contro l’ingiusto trattato di pace del 1947.

Kennedy e il vuoto di "Ciò che non è esprimibile"

 

Perché rileggere oggi la scelta di John Kennedy nella crisi dei missili del 1962. La tragedia ucraina apre a scenari di guerra nucleare ma l’Italia ha deciso di non partecipare, neanche come Paese osservatore, all’incontro di Vienna dei Paesi aderenti al Trattato delle Nazioni Unite sulla proibizione delle armi nucleari
Nikita Khrushchev walks with John F. Kennedy 1961 (AP Photo)

La morte violenta di John Kennedy resta uno dei misteri della nostra storia contemporanea. Per confondere le acque è stato anche gettato molto fango sulla vita privata del presidente degli Stati Uniti ucciso a Dallas il 22 novembre 1963, ma c’è una traccia consistente che lega quell’evento traumatico, seguito dall’assassinio nel 1968 del fratello Bob Kennedy lanciato verso l’elezione alla Casa Bianca, alla crisi dei missili nucleari sovietici a Cuba del 1962 che portò il mondo sull’orlo della guerra nucleare.

Aggiornamenti sociali ha pubblicato nel 2014 una testimonianza diretta di quei giorni ad opera  di James W. Douglass, esponente del movimento dei Catholic Workers fondato negli Usa da Dorothy Day e Pierre Maurin, che ha avuto accesso a documenti desecretati in grado di intuire cosa sia avvenuto in un’ora oscura della storia, quando tutto appariva precipitare verso l’inevitabile autodistruzione. Una situazione che appare molto simile a quella attuale contrassegnata dalle incognite sulla possibile escalation della tragedia in corso della guerra in Ucraina.

Secondo Douglass «il mistero che avvolge l’assassinio di Kennedy si estende fino a una riunione del 19 ottobre 1962, durante la crisi dei missili di Cuba, in cui il Presidente si oppose alle pressioni dei suoi capi di Stato maggiore che chiedevano di bombardare e invadere Cuba. Quando abbandonò la stanza, un registratore nascosto continuò a funzionare, catturando il disprezzo dei generali verso il Presidente e la loro determinazione di portare il conflitto fino alla guerra nucleare totale. Volevano vincere la guerra fredda».

mercoledì 16 febbraio 2022

L’Italia nel Mediterraneo, tra ponte di pace e piattaforma per la guerra


 

Contributo offerto al webinar del 5 febbraio 2022 “Di pace, di guerra, il Mediterraneo oggi tra politica e fedi” per cercare di capire assieme cosa vuol dire essere prendere sul serio la profezia di La Pira nel nostro tempo.
 

Il La Pira “visionario” perché capace di visione e “il più realista di tutti” come ha detto a Firenze nel 2019 David Sassoli in un memorabile discorso nella Sala dei 500. Nel dicembre 2018, assieme a Sassoli e Silvia Costa, organizzammo come Città Nuova e Centro La Pira, un evento nella sala di rappresentanza del parlamento europeo a Roma che rimanda al titolo del nostro incontro odierno: “a che serve parlare di La Pira se poi vediamo armi ai Paesi in guerra?”(1) .


Il caso riguarda il trasferimento di bombe d’aereo dall’Italia all’Arabia Saudita, Paese alla guida di una coalizione militare impegnata dal 2015 nel conflitto in Yemen con bombardamenti che colpiscono scuole e ospedali(2).
 

In particolare si tratta della produzione di un’impresa italiana controllata da una multinazionale tedesca. Le concessioni per il trasferimento di questi strumenti di morte sono state prima sospese e poi revocate dal governo nel 2019 grazie ad una mobilitazione delle coscienze che ha avito il suo epicentro in Sardegna dove c’è la fabbrica di armi e dove si è costituito un comitato per la riconversione economica. Una realtà plurale che si è collegato anche con pezzi della società civile tedesca, in particolare la chiesa evangelica del Baden, per costruire una rete di imprese war free, cioè libere dalla guerra(3).
 

Come Movimento dei Focolari Italia abbiamo accompagnato e partecipato a tale percorso grazie ad un gruppo di lavoro che abbiamo chiamato “Economia disarmata” proprio perché abbiamo ben presente il realismo di La Pira che ci ha detto “ se non siamo in grado di incidere sulle scelte economiche e finanziarie non ci resta altro che la magra potestà delle prediche”.
 

Lo stesso realismo ci porta a dire che non può bastare l’azione dal basso di un’economia virtuosa senza una visione coerente di politica estera ed economica. Nel caso esposto, l’azienda ha rilanciato la propria offerta a collaborare con la nostra Difesa in sinergia con la nostra industria nazionale vantando di essere all’avanguardia, grazie ad un brevetto esclusivo, nella produzione delle munizioni circuitanti o droni kamikaze richiesti dalle forze armate dei diversi Paesi dopo l’uso micidiale che ne ha fatto l’esercito azero contro quello armeno nella guerra per il controllo del Nagorno Karabakh del 2020 (4).
 

mercoledì 1 dicembre 2021

Economia di guerra

 



Lo schieramento delle truppe russe al confine con l’Ucraina e le esercitazioni ricorrenti dei velivoli della Nato su quella frontiera rappresentano segnali evidenti del pericolo di un conflitto imminente. Sono dimostrazioni di forza e di efficienza militare come le manovre terminate il 22 novembre nel Mediterraneo dalla portaerei italiana Cavour e da quella britannica della Queen Elizabeth, entrambe dotate dei caccia bombardieri F35, adatti anche per l’attacco nucleare. Si rivela sempre più attuale, perciò, l’invito di Alex Langer che nel 1991 davanti al conflitto devastante della ex Jugoslavia invitava a cercare alternative possibili ai conflitti «se non vogliamo finire per arrenderci alle “guerre giuste”
 

 Come agire? Il criterio resta sempre quello di vedere, non voltare lo sguardo, cercare di capire, superando la tentazione della depressione e della sconfitta e poi fare la nostra parte per ribaltare un ordine ingiusto delle cose

Quindi non si tratta solo come è ovvio di prosciugare le fonti delle banche coinvolte nel sistema delle armi, un gesto necessario che di solito si propone per far capire cosa si può fare a partire dal singolo, ma di prendere di mira la politica economica e quella industriale del nostro Paese. 

 

L’impegno di coloro che hanno fatto approvare la legge 185/90 serviva ad attenuare l’attrattiva del settore bellico impedendo la vendita delle armi ai Paesi in guerra o che violano i diritti umani. L’artificio utilizzato per aggirare questa norma dettata per rispettare la Costituzione è stato funzionale ad una linea di politica industriale trasversale che dal 1996 ha comportato la conversione progressiva della produzione di Finmeccanica, ora Leonardo, dal settore civile a quello cosiddetto della difesa. Bisogna far riferimento a Gianni Alioti, per decenni responsabile dell’ufficio internazionale della Fim Cisl,per avere un quadro complessivo di quello che è avvenuto in oltre 20 anni nella società controllata dal ministero dell’economia per arrivare al ribaltamento della percentuale di produzione: dal 70% al 30% per il civile e viceversa.

Non sono leggi di natura ma scelte strategiche politiche come mi ha confermato in una lunga intervista a Città Nuova l’ex presidente di Confindustria Genova, Stefano Zara, che si è opposto invano allo smantellamento di comparti produttivi e di avanguardia in campo tecnologico della nostra industria pubblica e quindi moltiplicatoti di occupazione di qualità.

Tali scelte rientrano perciò in quel declino dell’Italia industriale descritto magistralmente da Luciano Gallino: dal comparto dell’elettronica a quello della tecnologia ferroviaria.

Come ribadisce Alioti si è voluta creare l’enfasi dell’innovazione della difesa magnificando il rapporto diretto con gli Usa che ci riconosce invece il ruolo di partner di secondo livello o di subfornitori come nel caso della  famosa commessa dei caccia bombardieri F35 che, da sempre, vedono tra i maggiori sostenitori centri di ricerca come la fondazione Icsa promossa dall’ex presidente Cossiga, dal generale Leonardo Tricarico e dall’ex ministro Marco Minniti che recentemente, come è noto, ha lasciato il parlamento per ricoprire un ruolo di vertice nella Fondazione Med Or promossa da Leonardo per   promuovere le relazioni con il Mediterraneo e l'Oriente, in particolare con programmi strutturali nell'ambito dell’aerospazio, della difesa e della sicurezza.  Non è da trascurare la presidenza della Fondazione Leonardo da parte di Luciano Violante, ex presidente della Camera.

Come fa osservare Zara, ed è confermato da testi di storia industriale come quello dedicato a Finmeccanica da Vera Zamagni, dobbiamo risalire alla McKinsey, la più importante società di consulenza strategica al mondo, la scelta di orientare Finmeccanica verso il militare. Non si fa del facile complottismo se poi scopriamo che la stessa società è quella che ha redatto la Saudi vision 2030 e cioè l’ambizioso piano di sviluppo dell’Arabia Saudita, alleato di ferro degli Usa, primo acquirente mondiale dei sistemi di arma ma anche interessato ad un’internalizzazione della produzione bellica.

Francia Italia e tante rimozioni

AP Photo/Aijaz Rahi

AP Photo/Michel Euler
AP Photo/Michel Euler
AP Photo/Darko Vojinovic
Alberto Pizzoli / AP

 

Il trattato di cooperazione bilaterale rafforzata tra Italia e Francia è stato siglato in maniera solenne nel palazzo del Quirinale, a Roma, nella mattinata di venerdì 26 novembre 2021. È un successo per la linea politica incarnata da Mattarella e Draghi e che gli esperti diplomatici possono evidenziare nei diversi aspetti contenuti nel testo articolato in 12 punti, preceduti da una premessa e accompagnato da un programma di lavoro comune di 19 pagine. Documenti integralmente scaricabili dal sito di Palazzo Chigi.

Come osserva, in un dossier della Luiss, Jean-Pierre Darnis, professore di Storia contemporanea presso quella università di Confindustria e l’Université Côte d’Azur di Nizza, appare evidente che «dagli anni 2000 in poi, si siano moltiplicate le incomprensioni fra Roma e Parigi, sia nell’ambito di alcune iniziative di politica estera che di importanti partite economiche», tanto che molti in Italia hanno «un’ idea della Francia vista come una potenza esageratamente machiavellica e quasi infallibile nel perseguire i propri interessi al di fuori dei confini». Ma ora, a parere di Darnis che è consigliere scientifico dell’Istituto di affari internazionali fondato da Altiero Spinelli, la fase del complottismo sembra superata dal fatto che a partire «dalla collaborazione scientifica e tecnologica fino al settore del lusso, passando per lo spazio oppure il settore bancario, assistiamo da tempo a una intensa e rapida integrazione delle catene di valore fra i due Stati, con notevoli effetti di crescita frutto della complementarità dei tessuti economici e sociali, oltre che della vicinanza culturale».

Oltre alle immagini ad effetto delle rispettive frecce tricolori in volo sul cielo di Roma e all’annuncio di un promettente programma Erasmus rivolto ai giovani dei due Paesi, esistono alcune questioni rilevanti che suscitano un particolare interesse. Ad esempio Antonio Villafranca, direttore della Ricerca dell’Ispi, si domanda se, ad esempio, la Francia condividerà con Italia e la Germania, con la quale esiste il trattato dell’Eliseo, il seggio che occupa in maniera permanente nel consiglio di sicurezza dell’Onu. Così come resta da capire la strategia seguita da Parigi che resta, dopo la Brexit, l’unico Paese dell’Ue a detenere l’arma nucleare.

Se, come ha detto Draghi, «questo Trattato aiuta la costruzione della difesa europea che naturalmente è complementare alla Nato e non sostitutiva», nel testo siglato è messo in chiaro che esiste l’impegno a sviluppare la cooperazione e la sinergia operativa nel campo difesa «ogni qual volta coincidano gli interessi strategici delle due parti». Come a dire che la mancanza di un comune interesse strategico può compromettere l’intenzione di «rafforzare la cooperazione tra le rispettive industrie di difesa e di sicurezza, promuovendo delle alleanze strutturali. In particolare l’attuazione di progetti comuni, bilaterali o plurilaterali, in connessione con la costituzione di partnership industriali in specifici settori militari».

Prima di recarsi a Roma, Macron è andato in Croazia per assicurare 12 caccia bombardieri Rafale a questo Paese che vigila i confini dell’Ue anche con respingimenti violenti dei migranti provenienti dalla rotta balcanica. L’industria statale francese porta avanti allo stesso tempo il progetto degli aerei di combattimento di sesta generazione Fcas assieme a Germania e Spagna, mentre l’Italia, tramite Leonardo, oltre alla commessa F35 con la Lockheed Martin, è impegnata nel programma dei caccia Tempest che condivide con la Gran Bretagna. Una iper offerta di armi che deve poi cercare i possibili acquirenti sul mercato per poter rientrare dei notevoli investimenti finanziari richiesti per produrre tali sofisticati strumenti bellici.

E, come affermano apertamente gli esperti del settore, a cominciare dai vertici dell’Associazione delle imprese del settore difesa e spazio, è nota la concorrenza diretta che esiste tra Italia e Francia. Lo testimonia il caso delle due fregate Fremm prodotte da Fincantieri per la  Marina militare italiana ma dirottate verso quella egiziana per poter battere sul tempo i rivali francesi.

Sono in gioco in questo caso altre e più importanti forniture militari richieste dal governo del generale Al Sisi che è stato ricevuto con ceromonia solenne all’Eliseo nel dicembre del 2020 per ricevere la Legion d’onore il massimo riconoscimento della Repubblica francese. In quella occasione Macron, come ha messo in evidenza l’Ispi, è stato perentorio nell’affermare che «quella tra Egitto e Francia è una “partnership strategica” essenziale “alla stabilità regionale” e come tale “non sarà condizionata nei settori della difesa o dell’economia, dai disaccordi in materia di diritti umani”».

Una dichiarazione di realpolitik che secondo Ugo Tramballi de Il Sole 24 ore dimostra «l’umiliazione etica e politica dell’Europa verso l’autocrate egiziano. Se si arrende così un Paese importante, che pretende di essere una guida della Ue, con quale coerenza potremo criticare il populismo illiberale di Ungheria e Polonia?».

La firma del Trattato imporrebbe perciò, almeno a livello della società civile, visto che la ratifica del Parlamento è un atto formale, di affrontare questo dilemma sui valori condivisi tra Italia e Francia e della stessa Unione europea. Un confronto che non può che fare luce su quanto avvenuto nel guerra in Libia del 2011, quando l’Italia fu costretta a subire la strategia della Francia di Sarkozy all’origine del caos attuale in quell’area del Nord Africa che si trova alle nostre porte.

La chiarezza necessaria sui valori condivisi non è affatto teorica se è vero, come fa notare Gianni Dragoni su Il Sole 24 ore, che «l’industria italiana della difesa e aerospazio è nel mirino di Francia e Germania. Con il Trattato del Quirinale la marcia di avvicinamento dei transalpini ai gioielli italiani del settore viene accelerata». Questioni che chiamano in causa le scelte del governo Draghi che esercita il controllo su Leonardo e Fincantieri e ha appena definito il piano strategico 2022-2024 di Cassa Depositi e Prestiti (CdP), il nostro “fondo sovrano” che permette di operare politiche industriali dirette da parte dello Stato. Nel trattato ital- francese è prevista, infatti, una forte cooperazione non solo tra le rispettive organizzazioni industriali private ma anche tra CdP e la corrispondente Caisse des Dépots di Parigi.

Sono tanti i dossier comuni che legano i due Paesi se solo si pensa a Stellantis, società automobilistica nata dalla fusione tra Psa e Fca, dove è presente il capitale pubblico francese ma non quello italiano, alla partita sul nucleare civile che la Francia intende promuovere tra le fonti rinnovabili della transizione ecologica europea. Ma è il settore strategico dell’industria della Difesa a costituire il nodo che mette in evidenza il fondamento e la durata di questa alleanza che altrimenti, come nota l’esperto di politica estera Alberto Negri, è solo «un favore che facciamo a Macron in corsa per le presidenziali» del prossimo aprile 2022.

La resilienza delle lobby sulle mine antipersona

AP Photo/John MacDougall

AP Photo/Karel Prinsloo
(AP Photo/Rahmat Gul)
AP Photo/Rahmat Gul

 

Bloccare i finanziamenti alle mine anti persona. È in gioco il riscatto della politica dagli interessi economici, afferma il deputato Graziano Delrio. Atteso il voto dell’aula di Montecitorio in uno scenario globale inquietante. L’esempio civile di un’operaia, Franca Faita, e di un imprenditore, Vito Alfieri Fontana

Riscattare la politica dalla sottomissione degli interessi economici e finanziari. È questo in gioco, come ci ha detto il deputato Graziano Delrio nell’intervista audio concessa a Città Nuova, nel voto che la Camera è chiamata ad esprimere nella settimana che termina il 4 dicembre sulla legge che ostacola il finanziamento della produzione delle mine anti persona e delle bombe a grappolo.


Un percorso irto di ostacoli e fortemente rallentato da eccezioni formali e questioni procedurali che non si spiegano davanti al contrasto necessario di una filiera di armi letali che costituiscono un vero e proprio crimine contro l’umanità.

Infatti, secondo Delrio «sono infondate le obiezioni avanzati da alcuni sugli oneri della tenuta dei registri degli intermediari finanziari. Ad oggi la Banca d’Italia ha tutte le informazioni per individuare gli investimenti eticamente sostenibili». Allora dove sta l’ostacolo?  Per il parlamentare dem «Il problema sta tutto nella difficoltà a prendere una posizione netta e necessaria chiesta dalle convenzioni internazionali di Oslo e Ottawa sulle mine anti persona circa non solo la vendita, la produzione e la ricerca ma anche il finanziamento di queste attività».

Ne abbiamo parlato su Città Nuova rilanciando l’appello di Giuseppe Schiavello, referente della Campagna antimine, e sottolineando l’impegno diretto della massima carica dello Stato, il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che ha rinviato alle Camere nel 2017, unico caso nel suo settennato, una legge che nella sostanza lasciava impuniti i vertici di banche e società finanziarie coinvolti nel sostegno alla produzione di tali ordigni di morte disseminati in mezzo mondo.

L’ultimo rapporto 2021 sulle mine antiuomo, Landmine monitor, riporta 7.073 vittime di mine anti persona, 2.492 morti e 4.561 feriti gravi da queste armi subdole che Gino Strada ha fatto conoscere nel loro effetto devastante: i “Pappagalli verdi” messi nel titolo del suo libro più famoso sono, appunto, le mine antiuomo usate dai sovietici in Afghanistan.

Prodotti di un’attività fiorente anche in Occidente e con l’Italia in prima fila con le sue fabbriche fino al Trattato del 1997 che le ha bandite. Ma il nostro Paese ha visto anche l’esempio notevole delle operaie della Valsella nel bresciano che con la loro obiezione alla produzione bellica hanno dato una spinta alla presa di coscienza nazionale e mondiale di una tragedia consumatasi per decenni nella “banalità del male”.

Franca Faita, l’operaia protagonista di quella lotta per la giustizia, dovrebbe sedere in Senato come testimone vivente della Costituzione.

 

C’è poi Vito Alfieri Fontana, l’imprenditore pugliese che ha deciso di interrompere la sua attività di produttore di mine anti persona salvando i posti di lavoro e decidendo di spendere la sua professionalità nell’attività di sminamento nelle zone di guerra, a partire dalla Bosnia. Una presa di coscienza emersa dalle parole del suo figlio più piccolo e dall’incontro con don Tonino Bello, il vescovo di Molfetta, da sempre riconosciuto come esempio di santità.

Secondo il Rapporto 2021 ci sono almeno 50 milioni di mine pronte ad esplodere nelle zone di guerra (almeno 60 territori nazionali), la produzione non è mai terminata nei Paesi che non hanno aderito al Trattato del 1997 e anche alcuni degli Stati  che hanno ratificato quell’accordo non hanno proceduto ad eliminare le mine dai loro depositi. Ad esempio anche la Finlandia, la Svezia e la Grecia.

Tra le novità più inquietanti c’è poi la nuova direttiva adottata negli Stati Uniti durante la presidenza di Donald Trump di annullare, come riporta il professor Alessandro Pascolini dell’università di Padova, «la Presidential Policy Directive-¬‐37 (PPD-¬‐37) emessa da Barack Obama nel gennaio 2016 per avvicinare gli Usa agli obiettivi umanitari del bando totale delle mine anti persona».  Per tale motivo è stato avviato, con l’impiego di milioni di dollari, il programma Gator Landmine Replacement con cui si prevede di sostituire le attuali mine “stupide” con altre “intelligenti”. Lo stesso indirizzo è astato adottato dalla Russia che ha uno stoccaggio presunto di mine “stupide” pari a 26 milioni di pezzi secondo il Land mine report del 2021.

Impedire ogni coinvolgimento dell’Italia nel finanziamento di tali filiere di morte è, perciò, assai importante in considerazione dell’attrattività di un settore che si presenta in crescita e cerca nuove tecnologie adatte per armi in grado di attenuare l’effetto indesiderato delle vittime civili ( 87% del totale).

Come ha detto Vito Alfieri Fontana in un intervista per l’Agi «fare pace con se stessi non è possibile, quello che è successo prima mi pesa sempre. Abbiamo rimesso in funzione (con l’attività di sminamento intrapresa dopo aver cessato la produzione di mine, ndr) fabbriche, stazioni ferroviarie, scuole: sono cose che mi danno grande gioia. Ma quando si lavora non ci si può accontentare di dire “Se non lo faccio io lo farà qualcun altro”. Occorre preoccuparsi di non fare del male: anche qualcun altro, poi, si porrà gli stessi interrogativi».

lunedì 29 marzo 2021

Cattolicesimo politico e guerra


 
 

 

Il governo Draghi esprime, tra i punti fermi, la netta fedeltà all’Alleanza atlantica sotto la guida di Biden.  Di per sé la scelta del nuovo segretario di Stato Usa nella persona di Toni Blinken va nel senso di una continuità con la politica clintoniana e la visione di Michael Walzer, il grande teorico della “guerra giusta” e sostenitore dell’interventismo democratico.

La decisione di Biden di interrompere il sostegno all’Arabia saudita per il conflitto in Yemen non intacca il ruolo dei sauditi come primi acquirenti di armi a livello mondiale ( cfr. ultimo rapporto Sipri) e l’alleanza strutturale statunitense con la monarchia dei Salman. 


 

È in tale contesto che si comprende, a mio parere, il muro di gomma che incontrano, in Italia, le ragionevoli proposte avanzate dalla Rete pace e disarmo in merito agli interventi strategici del Piano nazionale di ripresa e resilienza destinato sulla destinazione dei fondi europei previsti dal Next Generation Eu. L’impegno di tutte le reti attive e consapevoli della società civile nel dialogo con tutti, esprime la fiducia nella comune umanità, nella forza della coscienza al di là dei numeri e dei capibastone. L’ultimo atto del governo Conte di revocare le concessioni all’export, verso Arabia Saudita e Emirati arabi uniti, delle bombe prodotte dalla Rwm in Sardegna è stata salutata come un fatto clamoroso di applicazione della legge 185/90, dopo tante interpretazioni elusive e fuorvianti. 


 

Decisivo è stato il voto, in tal senso, della commissione esteri della Camera a dicembre 2020. In parte ad opera degli stessi parlamentari che nel 2017, durante il governo Gentiloni, votarono contro una medesima mozione di stop all’invio di bombe per ripiegare verso l’impegno necessario per l’aiuto umanitario di una popolazione yemenita stremata da guerra, carestia e colera. Bisogna ricordare che solo con il governo anomalo Lega M5S è arrivata una prima sospensione all’invio di ordigni prodotti in Italia da una società controllata dalla multinazionale tedesca. Ma si sarebbe mosso poco senza la ostinata e mite resistenza del comitato riconversione Rwm.  

 Nel 2017 la posizione contraria allo stop da parte del Pd fu affidata ad un fine intellettuale cattolico democratico, il professor Nicoletti, mentre sempre a quell’area fanno riferimento l’attuale ministro della Difesa, Guerini, e la ex Roberta Pinotti.

Quel partito ha marginalizzato le posizioni alternative, come quelle di Scanu e Zanin, che, infatti, oggi sono fuori dal parlamento. Eppure se vogliamo esercitare un minimo di memoria storica, la critica verso l’Alleanza atlantica, nel secondo dopoguerra, si levarono non solo dai filosovietici ma da esponenti del cattolicesimo sociale. Il guasto di una subordinazione acritica verso gli Usa è indicata, oggi, dal generale Fabio Mini che ben conosce le dinamiche Nato e riconosce ai vertici statunitensi la capacità di rispettare posizioni che siano espresse con dignità. 

Nella commissione Nato sul futuro di tale organizzazione è presente Marta Dassù, dell’Aspen Institute Italia, mentre la politica estera dell’Italia risente dell’influenza di think tank come l’Istituto affari internazionali (Iai) fondato a suo tempo da Altiero Spinelli. Michele Nones, senior dello Iai, ha salutato come una prova di maturità il realismo politico assunto dai 5 Stelle con Di Maio agli esteri, mentre definisce ipocrita lo stop delle bombe ai sauditi. Osservazione che ha una sua ragione d’essere se, ad esempio, vediamo la strategia di Fincantieri, intenta a vendere navi da guerra all’Egitto di al Sisi in vista di maggiori commesse da sottrarre ai francesi. 


 

Fincantieri, a prevalente capitale pubblico, tramite la sua controllata statunitense, vende navi da guerra alla Marina militare Usa e a quella saudita.  

Così Leonardo ex Finmeccanica, sempre sotto controllo dello Stato, è il perno della conversione progressiva del patrimonio ex Iri dai settori civili d’avanguardia a quello bellico. Una scelta strategica bipartisan messa in atto dagli amministratori delegati, da Guargaglini a Profumo, che si sono alternati al vertice della società con sede a Roma.  Significativa la decisione, a fine febbraio, dell’on. Minniti di dimettersi da Parlamentare per andare a presiedere la fondazione Med-Or, di Leonardo.

L’ egemonia culturale alla fine incide sulla politica vera. Quella che decise ad esempio, come racconta l’ex presidente di Confindustria Genova, Stefano Zara, a dismettere un patrimonio enorme di conoscenze d’avanguardia in campo industriale per seguire, invece, i consigli della Mc Kinsey , grande società di consulenza strategica che ha, tra l’altro, elaborato la Saudi vision 2030. Secondo quel piano, il Paese del Golfo si propone di avviare un nuovo Rinascimento in tutti i campi perr ascendere tra le prime economie mondiali. In tale prospettiva si comprende l’organizzazione per marzo 2023 a Riyad di una grande fiera dei sistemi d’arma che vede la Francia di Macron in posizione di vantaggio. 


 

Con tutta la buona volontà, la società civile responsabile non sembra aver interlocutori reali in questo Parlamento e la situazione si complicherà con la riduzione del numero di deputati e senatori. La nuova legge elettorale resta un rebus e non sembra che faciliterà la rappresentanza delle voci non allineate.

Non è, perciò, un esercizio di nostalgia chiedersi davvero il senso della presenza dei cosiddetti cattolici democratici in politica, intesi come portatori di una cultura che dovrebbe essere permeata da una sana inquietudine verso qualsiasi potere. Occorre cercare il dialogo adesso, a partire dalle associazioni e circoli che hanno quelle radici originali, confuse, nel racconto pubblicitario post berlusconiano, con un cattocomunismo che è ben altra cosa. Il vero pericolo, per essere chiari, è quello di essere “utili idioti” della tecnocrazia nichilista. La vera bestemmia contro questo idolo la continua a pronunciare papa Francesco quando denuncia l’economia che uccide e il dogma liberista della ricaduta favorevole ( trickle-down). Ma è stucchevole citare il papa senza prenderlo sul serio con scelte laiche e controcorrente.


 

Ovviamente non è un discorso da confinare dentro un’area incerta di partito ma è alla radice di quell’esame di coscienza che, ad esempio, Sergio Paronetto, riteneva indispensabile per poter lavorare, nel 1942, al Codice di Camaldoli, a quei principi ricostruttivi che poi sono confluiti nella Costituzione di una Repubblica democratica fondata sul lavoro e che ripudia la guerra. Si trattava di pentirsi di ogni collusione con la predicazione dell’obbedienza alle autorità che hanno condotto, dai monarchi sabaudi al regime fascista, il popolo italiano a legittimare l’uccisione di massa immolando i propri figli. Non è un caso se, a 100 anni dalla fine della prima guerra mondiale, abbiamo assistito ad un ennesimo accordo trasversale, da Gasparri a La Torre, per boicottare la legge Scanu Zanin che voleva riconoscere l’orrore delle esecuzioni sommarie ordinate dagli ufficiali italiani contro i loro soldati.

Con l’epidemia ancora in corso, un vero esame di coscienza deve portare l’Italia a dirottare gli investimenti europei nei settori strategici di avanguardia, diversi da quello delle armi. In linea con il cosiddetto Green new deal europeo. Basta dare questa missione esplicita alle aziende controllate dallo Stato e al neo ministro per la Transizione ecologica, Roberto Cingolani: uno scienziato che arriva, non dai tanti pensatoi dell’ambientalismo, ma da Leonardo Spa.


 


Come ci ha insegnato con la propria vita Joseph Rotblat, non esiste una scienza neutra staccata da una visione del mondo e dell’umanità. Il fisico polacco (Nobel per la pace 1995) abbandonò il progetto di quella bomba atomica che alcuni suoi colleghi, invece, festeggiarono una volta che fu lanciata su Hiroshima e Nagasaki. È, perciò sempre più attuale l’invito del manifesto Russell Einstein : «ricordate la vostra umanità e dimenticate il resto». 


 

La premessa di una conversione ecologica integrale che è ragionevole e desiderabile come ci dice ancora Alex Langer. Di irragionevole e folle, “alienum est a ratione”, è solo la guerra. 

Pubblicato sul numero di marzo 2021 di Mosaico di pace