sabato 2 giugno 2018

Papale papale


Mi convinco sempre di più della necessità di mettere da parte ogni traduzione dei cosiddetti esperti e leggere direttamente cosa dice Francesco. 

«Spesso si sente dire che, di fronte al relativismo e ai limiti del mondo attuale, sarebbe un tema marginale, per esempio, la situazione dei migranti. Alcuni cattolici affermano che è un tema secondario rispetto ai temi “seri” della bioetica. Che dica cose simili un politico preoccupato per i suoi successi si può comprendere, ma non un cristiano, a cui si addice solo l’atteggiamento di mettersi nei panni di quel fratello che rischia la vita per dare un futuro ai suoi figli. Possiamo riconoscere che è precisamente quello che ci chiede Gesù quando ci dice che accogliamo Lui stesso in ogni forestiero (cfr Mt 25,35)? San Benedetto lo aveva accettato senza riserve e, anche se ciò avrebbe potuto “complicare” la vita dei monaci, stabilì che tutti gli ospiti che si presentassero al monastero li si accogliesse «come Cristo», esprimendolo perfino con gesti di adorazione, e che i poveri pellegrini li si trattasse «con la massima cura e sollecitudine».
 Qualcosa di simile prospetta l’Antico Testamento quando dice: «Non molesterai il forestiero né lo opprimerai, perché voi siete stati forestieri in terra d’Egitto» (Es 22,20). «Il forestiero dimorante fra voi lo tratterete come colui che è nato fra voi; tu l’amerai come te stesso, perché anche voi siete stati forestieri in terra d’Egitto» (Lv 19,33-34). Pertanto, non si tratta dell’invenzione di un Papa o di un delirio passeggero. Anche noi, nel contesto attuale, siamo chiamati a vivere il cammino di illuminazione spirituale che ci presentava il profeta Isaia quando si domandava che cosa è gradito a Dio: «Non consiste forse nel dividere il pane con l’affamato, nell’introdurre in casa i miseri, senza tetto, nel vestire uno che vedi nudo, senza trascurare i tuoi parenti? Allora la tua luce sorgerà come l’aurora» (58,7-8).

GAUDETE ET EXSULTATE par 102-103 



giovedì 17 maggio 2018

Se la vita vera non è notiziabile

Ad un anno dalla marcia della pace del 7 maggio 2017 che sollevava la questione della presenza di una fabbrica di bombe (Rwm spa) sul territorio, è stata accolta nella città di Iglesias, in Sardegna, Bonyam Gamal, una giovane yemenita. La donna, attivista dei diritti umani, ha raccontato la storia di una famiglia intera distrutta dalle bombe lanciate dalla coalizione saudita sulla popolazione civile del suo Paese, in un conflitto che l'Onu ha definito come vero e proprio disastro umanitario, con crimini di guerra perpetrati da entrambi le parti. Bonyam Gamal ha parlato di persone e di volti, senza accusare, ma ringraziando per il rapporto possibile tra due porzioni di umanità che, secondo una certa logica, dovrebbero semplicemente ignorarsi.

All'incontro “Sardegna isola di pace”, organizzato dal comitato per la riconversione Rwm, era presente anche la famiglia composta da Giogio Isulu, Daniela Ledda e i loro quattro figli. Non hanno parlato pubblicamente, ma la loro storia spiega è un canto della grandezza della condizione umana. Come accade troppo spesso nel nostro Paese, in pochi mesi il marito, a fine 2016, ha perso improvvisamente un lavoro qualificato, conquistato con anni di dedizione, perché la multinazionale dove era occupato, che produceva componenti refrattari per la siderurgia, ha spostato improvvisamente la produzione in Polonia e Repubblica Ceca.
Giorgio, dopo lo sconcerto iniziale, poteva ricollocarsi, come alcuni dei suoi colleghi, presso la vicina Rwm, ma in quella azienda controllata dalla tedesca Rheinmetall si producono le bombe che vengono sganciate sulla popolazione yemenita e allora la giovane famiglia sarda ha scelto di rifiutare quella opportunità di lavoro.
Secondo alcuni criteri di notiziabilità del mondo dei media, questa vicenda non è interessante. La dignità, non ostentata, di Giorgio e Daniela permette di percepire, invece, la novità assoluta e inspiegabile di un movimento nato dal basso che chiede non solo l'interruzione della fornitura delle armi ai Paesi in guerra, ma pretende di ridiscutere e trasformare l'economia di un territorio interessato dalla crisi economica sopraggiunta a quella del settore minerario.


Proprio per riconoscere l'originalità di un percorso di cittadinanza attiva cresciuto in poco tempo perché fondato su solide radici, la rete internazionale della comunicazione Net One ha promosso sabato 5 maggio, nel bel teatro Elettra posto nel centro storico di Iglesias, un seminario su giornalismo e pace secondo il metodo sperimentato nelle precedenti iniziative sparse nel mondo, dalla Grecia passando per la Libano e la Colombia. La proposta, cioè, del confronto con la realtà attraverso un dialogo esigente che va oltre i confini degli addetti della comunicazione professionale.
La presenza dei rappresentati della stampa nazionale e di quella locale ha fatto emergere domande e contraddizioni sul racconto della guerra e la menzogna che l'accompagna, che fanno della verità la loro prima vittima. Ma ha dato anche spazio a coloro che non riescono a restare indifferenti. Come i pochi attivisti rimasti coerenti fin dal 2001, quando si è consumata la conversione di quella fabbrica di esplosivi in luogo di produzione di armi pesanti. C'è qualcosa da esplorare in questa tenace resistenza alla logica della guerra che nasce in terra sarda. Lo si nota, ad esempio, nell'opposizione alle servitù militari che rendono parte dell'isola funzionale alla sperimentazione di nuove armi o teatro di esercitazioni congiunte che preparano a nuove azioni di combattimento.
Il caso Rwm fa emergere l'intreccio di un nodo di responsabilità nazionali e internazionali che non si può delocalizzare e far pesare sulla popolazione dell'iglesiente. Lo ha detto in maniera esplicita il vescovo della diocesi di Iglesias all'inizio della due giorni, aperta dal seminario sulla comunicazione e conclusasi con una marcia lungo un breve tratto dello splendido percorso minerario di Santa Barbara. «La gravissima situazione economico sociale non può legittimare qualsiasi attività produttiva», per monsignor Giovanni Paolo Zedda che ha emesso un comunicato che interpella l'intera Chiesa italiana, radunatasi, ad ottobre del 2017, a Cagliari per le settimane sociali dedicate al lavoro degno, solidale e partecipativo.
E la politica? Esiste quella che nasce dalla sovranità dei comuni, come quello di Iglesias che ha respinto finora l'allargamento della fabbrica di bombe sul suo territorio. Una testimonianza di fedeltà alla Costituzione riconosciuta con un premio assegnato dall'associazione “Città per la fraternità” rappresentata, durante il lungo incontro pomeridiano ricco di testimonianze e contributi artistici, da Stefano Cardinali, già sindaco di Montecosaro nelle Marche. Il senso di questo riconoscimento si coglie nel fatto che a proporlo sia stata la città di Assisi tramite il suo sindaco Stefania Proietti che, assieme al vescovo Domenico Sorrentino, ha anche scritto al presidente della Repubblica Sergio Mattarella per chiedere un autorevole richiamo al rispetto della legge 185/90, che vieta l'invio di armi ai Paesi in guerra e obbliga a destinare fondi per la riconversione industriale.


Inaspettatamente durante la due giorni dedicata alla Sardegna come “isola di pace”, è anche intervenuto Renato Soru, attuale europarlamentare e già governatore della regione, per ribadire la sua determinazione a favore di una “economia disarmata” per salvare posti di lavoro e togliere di mezzo l'anomalia di una fabbrica di bombe in una terra che ha una vocazione diversa dall'essere una piattaforma logistica della geopolitica della guerra. Un segnale in controtendenza che si accompagna a prese di posizione di altri esponenti politici, come il pentastellato senatore Pino Cabras.
Ma il “metodo Iglesias” impone di non fermarsi agli eventi per procedere con scelte e dati, senza accontentarsi di promesse future.
Come dimostra la storia di Giorgio e Daniela che obbediscono alla loro coscienza e fondano, così, il legame sociale più forte di ogni disgregazione. Come l'azione di Lisa Clark, premiata con il Nobel per la pace 2017, assegnato alla rete Ican che chiede di bandire le armi nucleari. Anche lei è stata presente alla due giorni di Iglesias. Ha portato la sua testimonianza, ma ha anche chiesto un banchetto per raccogliere le firme di sostegno alla campagna che vuole smuovere il governo italiano a recedere dall'opposizione al trattato internazionale che recepisce il bando assoluto alle armi nucleari.
Piccoli gesti che esprimono fiducia nell'essere umano, nella capacità di ognuno di dare ascolto alla propria coscienza e dirottare il corso di una storia che sembra già scritta.

lunedì 30 aprile 2018

Vedere capire agire

La traccia seguita nell'incontro avuto il 29 aprile 2018  con i giovani a Loppiano (Firenze)
verso la festa del primo maggio 
Bambini giocano con le biglie in una strada dello Yemen

 Ripudio della guerra e conversione economica


Vedere, capire, agire. È questo il criterio proposto da papa Francesco che, come movimento dei focolari in Italia, siamo cercando di affrontare una questione decisiva a livello mondiale che riguarda il destino di tutti e il futuro stesso dell’umanità.

“Vedere” è il primo punto perché la tendenza è, invece, quella della rimozione e cioè non rendersi conto de pericolo di un conflitto atomico che secondo il bollettino della Federazione degli scienziati statunitensi può avvenire con probabilità maggiori degli anni ’60 quando il mondo si ritrovò ad un passo della deflagrazione nucleare . Oggi i fattori di instabilità a livello geopolitico sono tali che la continua crescita degli armamenti raggiunge una spesa annua di circa 1.700 miliardi di dollari che vede grandi gruppi economici intenti a produrre e vendere, in forte competizione tra loro su tutte le piazze e fiere in giro per il Globo, un tale potenziale distruttivo che determina le scelte fondamentali dei nostri governi. 

La stessa arma atomica vede i detentori di questo strumento di morte tentati dalla possibilità tecnologica di effettuare il primo colpo (“first Strike) senza pagarne le conseguenze e quindi illudendosi di raggiungere una egemonia a livello planetario. A 100 anni dal primo conflitto mondiale, che ha rappresentato la pianificazione della distruzione di un’intera generazione con strumenti dell’industria di distruzione di massa, siamo ancora dentro la contraddizione che visse un giovane Igino Giordani, allora ventenne, che pur indossando una divisa si rifiutò di sparare e maturò la consapevolezza di rifiutarsi agli ordini ingiusti fino a diventare , molti anni dopo, nel 1949, passato l’incubo del regime fascista che trascinò l’Italia ad una guerra ancora più rovinosa a fianco dell’alleato nazista, il primo a proporre nel parlamento italiano il diritto all’obiezione di coscienza. 


Come ha detto papa Francesco visitando un luogo, Redipuglia, dove sono conservati i resti di 100 mila giovani caduti nelle trincee, ancora oggi risuona nel mondo il grido di Caino che dice “a me che importa?”. E tutto ciò accade per il continuo prevalere del potere di pochi degli interessi dei fabbricanti di armi.

“Capire” ciò che accade non è perciò fine a se stesso ma comporta la necessità di “agire” per cambiare e rovesciare con mite ma ostinata decisione le cause strutturali che producono odiose ingiustizie sociali per immani risorse sottratte alla lotta contro la miseria per essere destinate ad un mercato di autodistruzione tanto che papa Giovanni XXIII ha definito nella enciclica “Pacem in terris, la guerra del nostro tempo moderno come qualcosa da matti, fuori da ogni ragione. 

giovedì 19 aprile 2018

100 anni dal 1918 il nostro nodo irrisolto

Soldi e armi per la guerra 
    Il primo conflitto mondiale (1914-1918) scoppiò dopo decenni di relativa pace. Secondo la ricostruzione dello storico Emilio Gentile[1], la scintilla cominciò a divampare quando re e comandanti stavano pensando di andare o erano già in vacanza. 


Quasi che la crescita della produzione bellica fosse destinata solo a scopi di intimidazione e quindi una condizione necessaria per mantenere l’equilibrio tra i coronati dei vari stati che, tra l’altro, erano legati tra loro da vincoli di parentela, come dimostra una nota foto di gruppo del 1893 con la regina Vittoria[2].


 La “grande guerra” segna il punto di rottura del nostro tempo. Si sa che lo stesso termine di soldato proviene dal soldo, dal denaro necessario per armarlo e mantenerlo in forze fino a quando resterà in vita. Ma nello scontro tra le potenze europee che si consuma a partire dal 1914 entra in gioco la potenza dell’industria di massa. La carneficina temuta e descritta in tanti appelli è stata determinata dalla nuova organizzazione dei fattori produttivi che necessitano di risorse potenzialmente senza fine e che alimentano un debito destinato a gravare sulle popolazioni anche quando cessa l’uso delle armi. 
 La questione del disarmo non è l’ingenua credenza in una bontà originaria dell’essere umano che smetterebbe di uccidersi a vicenda se solo non avesse a disposizione le armi. Si possono compiere eccidi a partire dai colpi di bastone. L’epoca contemporanea porta solo in evidenza la inedita capacità autodistruttiva esercitata come sempre avvenuto da chi lucra e orienta la politica della guerra che non può più rientrare neanche teoricamente nei limiti e nei riti dell’“antica festa crudele” analizzata dal grande medievalista Franco Cardini[3].  


Carlo Jean, un generale che ha insegnato per anni studi strategici all’università confindustriale della Luiss, è giunto alla conclusione che non si possono oggettivamente rispettare i criteri che tradizionalmente renderebbero giusta la guerra. «Nelle guerre moderne – afferma Jean - la popolazione civile è non solo vittima ma anche attore e oggetto della strategia. E allora come distinguere quanto è moralmente accettabile attaccare da quello che non lo è?»[4].



Una visione realistica del mondo, che risente della lezione del teologo Reinhold Niebuhr, ha ispirato il discorso di Barack Obama nel 2009 all’atto di ricevere il premio Nobel per la pace da comandante in capo di una superpotenza militare: «Gli strumenti della guerra contribuiscono a preservare la pace. Ma questa verità deve coesistere con un'altra, e cioè che la guerra, per quanto giustificata possa essere, porterà sicuramente con sé tragedie umane. 



C'è gloria nel coraggio e nel sacrificio di un soldato, c'è l'espressione di una devozione per il proprio Paese, per la causa e per i commilitoni. Ma la guerra in sé non è mai gloriosa e non dobbiamo mai sbandierarla come tale. La nostra sfida dunque consiste in parte nel riconciliare queste due verità apparentemente inconciliabili. La guerra a volte è necessaria e la guerra è, a un certo livello, espressione di sentimenti umani. Concretamente, dobbiamo indirizzare i nostri sforzi al compito che il presidente Kennedy invocava molto tempo fa. "Concentriamoci", diceva lui, "su una pace più pratica, più raggiungibile, basata non su un improvviso capovolgimento della natura umana, ma su una graduale evoluzione delle istituzioni umane"». 

 Del difficile, accidentato e controverso  cammino evolutivo delle istituzioni umane è stato testimone l’economista John Kenneth Galbraith, consigliere di Kennedy, di Lyndon Johnson ma ancor prima  del presidente Franklin Delano Roosevelt. Dobbiamo a questo professore che ha insegnato nelle prestigiose università di  Harvard, Cambridge e Princeton la descrizione puntuale dell’ appropriazione dell’iniziativa e dell’autorità pubblica da parte delle corporation che diventa «sgradevolmente visibile  nei suoi effetti sull’ambiente e pericolosa in quelli sulla politica estera e militare»[5]. Secondo Galbraith «è indubbio che le guerre siano una delle principali minacce alla civiltà e la vocazione delle corporation alla produzione e all’impiego degli armamenti nutre e sostiene questo pericolo al punto di ammantare di legittimità e perfino di eroismo la devastazione e la morte»[6].  Ognuno può facilmente collegare questa descrizione all’insieme di consiglieri e finanziatori che hanno sostenuto nel 2003 la decisione di George W. Bush di scatenare la guerra in Iraq. 

Un conflitto costato più di tremila miliardi di dollari fino al 2010, data di pubblicazione di un lavoro di Linda Bilmes, e del premio Nobel per l’economia Joseph Stiglitz teso a mettere in evidenza una concausa rilevante della crisi economica scoppiata nel 2007. Ma ancor prima lo stesso Galbraith aveva esposto in ambiti governativi la propria contrarietà, ragionata da missioni sul posto, alla guerra in Vietnam scontrandosi con i vertici militari e con «gli interessi della grande industria a contratti altamente remunerativi». Quello che interessa notare è anche l’ostilità che ha dovuto sperimentare ancor prima, sempre Galbraith, come responsabile dell’Osservatorio statunitense sugli effetti dei bombardamenti strategici istituito al termine della Seconda guerra mondiale. L’analisi compiuta sulle città tedesche colpite dall’aviazione alleata metteva in evidenza la sostanziale inutilità della sofferenza inflitta alla popolazione civile a causa di bombardamenti strategici che si rivelarono incapaci di fermare lo sforzo bellico nemico. Una conclusione che confliggeva evidentemente con gli interessi dei produttori dei velivoli da guerra. 



Anche la nostra storiografia, tranne poche eccezioni[7], non mette in evidenza la critica verso i bombardamenti degli alleati sul suolo italiano. 
Forse anche perché il maggior teorico della potenza aerea senza limiti è stato il generale italiano di origini sabaude Giulio Douhet, promotore dell’altare al milite ignoto e autore nel 1921 di un trattato sul dominio dell’aria che è tuttora una fonte di insegnamento nelle accademie militari, alcune delle quali gli sono tuttora intitolate. Uno dei passi più citati del suo testo che va compreso all’interno di un ragionamento più ampio che tiene conto dell’usura della trincea e dell’utilizzo nella Grande Guerra di armi chimiche, è la ipotesi dell’impiego tattico di armi sulla popolazione civile [8]. Sempre al nostro Paese spetta il primato di aver compiuto il primo rudimentale bombardamento aereo nella guerra italo turca del 1911-1912. 

I versi di Gabriele D’Annunzio (“Anche la Morte or ha le sue sementi”) salutarono con entusiasmo l’impresa dell’aviatore Giulio Gavotti sull’oasi di Tripoli.  Come è noto il poeta pescarese sarà tra gli esponenti più in vista di quella minoranza aggressiva che trascinò, grazie alla regia del re Vittorio Emanuele III, una nazione riluttante verso il conflitto del 15-18 che pose le premesse per la nascita del fascismo in un contesto geopolitico predestinato a precipitare verso la seconda guerra mondiale e all’epilogo instabile dell’equilibrio atomico.

(primo paragrafo dossier Disarmo Città Nuova editrice)


[1] Emilio Gentile, “Due colpi di pistola, dieci milioni di morti, la fine di un mondo” Editori Laterza 2014
[2] Anche allora c’erano economisti come l’inglese Norman Angel che riteneva nel 1909 impossibile una guerra perché si sarebbe rivelata una catastrofe economica per tutti. Lo zar Nicola II promosse la prima conferenza internazionale della pace all’Aja nel 1899. Cfr E. Gentile, op.cit
[3] Franco Cardini “Quell'antica festa crudele Guerra e cultura della guerra dal Medioevo alla Rivoluzione francese, Il Mulino 2014
[4] Carlo Jean, Guerra, strategia e sicurezza, Editori Laterza 1997
[5] John K. Galbraith “L' economia della truffa. I limiti dell'economia globale, la storia di una crisi annunciata” Bur saggi 2009
[6] ivi
[7] Federica Fasanotti Saini “ La gioia violata. Crimini contro gli italiani 1940-1946” Ares 2006
[8] «I bersagli delle offese aeree saranno quindi, in genere, superfici di determinate estensioni sulle quali esistano fabbricati normali, abitazioni, stabilimenti ecc. ed una determinata popolazione. Per distruggere tali bersagli occorre impiegare i tre tipi di bombe: esplodenti, incendiarie e velenose, proporzionandole convenientemente. Le esplosive servono per produrre le prime rovine, le incendiarie per determinare i focolari di incendio, le velenose per impedire che gli incendi vengano domati dall'opera di alcuno. L'azione venefica deve essere tale da permanere per lungo tempo, per giornate intere, e ciò può ottenersi sia mediante la qualità dei materiali impiegati, sia impiegando proiettili con spolette variamente ritardate». Giulio Douhet, Il dominio dell'aria, Verona, 1932, pagina 24