giovedì 8 novembre 2018

Una sovranità perduta ma da ritrovare


Una fabbrica di bombe e la nostra sovranità

Si diffondono immagini strazianti della guerra in Yemen ma in Italia vuole crescere l’azienda che produce gli ordigni venduti all’aviazione sauditi. L’opposizione del comitato riconversione Rwm e una nuova iniziativa a livello nazionale  
 

da cittanuova.it 8 novembre 2018

Giornali di mezzo mondo hanno rilanciato l’immagine straziante della piccola Amal, la bambina yemenita morta a 7 anni per la grave denutrizione riconducibile al disastro umanitario in corso in quel Paese dove è in corso un conflitto armato tra una vasta coalizione a guida saudita e un esercito di ribelli legati all’Iran.
Una guerra che vede l’Italia coinvolta perché, come ripetuto tante volte, dal nostro Paese partono bombe d’aereo destinate all’aviazione dell’Arabia Saudita. Numerose risoluzioni del parlamento europeo hanno chiesto invano ai Paesi Ue di bloccare ogni fornitura di armi alle parti in conflitto. Le relazioni degli esperti Onu denunciano i crimini di guerra perpetrati sulla popolazione civile, con attacchi diretti su scuole e ospedali.
Nonostante il muro di gomma alzato dalla politica nazionale, il 19 luglio del 2017 il consiglio comunale della città di Iglesias ha votato a favore della riconversione economica del territorio dichiarandosi “città di pace” davanti alla richiesta avanzata dalla Rwm Italia di estendere la produzione di bombe dal vicino comune di Domusnovas. Una dichiarazione controcorrente e in linea con la Costituzione che è culminata nel maggio 2018 con l’incontro ad Iglesias tra il sindaco Emilio Gariazzo e Jamal Bonyana, rappresentante di una ong attiva per i diritti umani in Yemen durante una serie di manifestazioni e dibattiti che hanno visto anche Renato Soru, ex presidente della Regione Sardegna e attualmente parlamentare europeo del Pd, prendere apertamente posizione contro ogni compromissione della sua Isola e del nostro Paese con una filiera delle armi che parte dalla Germania ( sede della Rheinmetall Defence che controlla la Rwm) per arrivare in Arabia Saudita. Anche l’attuale presidente della Regione Francesco Pigliaru, già prorettore università di Cagliari, si è preso del tempo per studiare la situazione, così come i componenti della commissione esteri della Camera che hanno convocato per un’audizione diversi esponenti di ong umanitarie dirette testimoni delle gravi violazioni in corso nello Yemen.
Nel frattempo, come riportano alcune fonti locali, sembra che la nuova giunta del comune di Iglesias abbia deciso di autorizzare la realizzazione di 2 nuove linee produttive di bombe per aereo all’interno del suo territorio. Decisione arrivata nonostante i rilievi presentati in sede di conferenza di servizi da parte del Comitato Riconversione RWM e dalla sezione di Italia Nostra Sardegna. La protesta si è trasformata anche in sit in davanti la sede del municipio dell’antica città sarda.
Nel caso concreto concorrono, assieme alle motivazioni umanitarie, questioni di carattere paesaggistico ed ecologici, come ad esempio la mancanza della previa valutazione di impatto ambientale delle opere che sembrano autorizzate.  
Preminente su tutto resta la volontà politica che sostiene l’intera operazione. Come affermano in un comunicato congiunto il Comitato e Italia Nostra, «siamo ad uno snodo storico: trovare una soluzione partecipata e sostenibile per un lavoro degno, o rimanere invischiati in una logica che fa decidere ad altri che nello scenario mondiale di guerra a pezzi siamo quelli disposti a tutto».
Le realtà presenti sul territorio invocano una presa di posizione nazionale perché, come al solito, la tendenza è quella di gestire ogni vertenza come una questione locale da tener fuori da un dibattito generale che chiama in causa responsabilità della politica italiana e internazionale. L’Arabia Saudita resta l’alleato d’acciaio degli Stati uniti sullo scacchiere mondiale. Tanto che sembra rientrare anche il clamore suscitato dalla recente barbara uccisione del giornalista Khashoggi presso il consolato saudita in Turchia. Il recente viaggio in Arabia Saudita di alcuni leader evangelici sostenitori del presidente Trump, come riporta l’agenzia Nena, va in questa direzione, così come l’invito del telepredicatore Pat Roberson, riportato dall’Huffington Post,  di considerare  l’importanza della commessa saudita di armi Usa per 110 miliardi di dollari: «qualcosa che non possiamo perdere, volenti o nolenti».
L’Italia nella sua interezza, società civile e istituzioni politiche, deve decidere, pur parlando di briciole di un grande banchetto, se restare o meno dentro questa esplicita morale.
Le medesime associazioni che hanno proposto nel giugno 2017 una mozione di stop alle armi per il conflitto in Yemen con destinazione di fondi alla riconversione economica del Sulcis Iglesiente, riproporranno a Roma, nei prossimi giorni, la stessa istanza aggiornata e integrata dagli ulteriori crimini commessi nel frattempo, come il bombardamento che ha colpito una scuola bus nello scorso agosto provando più di 40 giovani vittime.
La precedente mozione, adottata da alcuni parlamentari, è stata respinta il 19 settembre 2017, nella scorsa legislatura dal voto di maggioranza della Camera.  Si tratta ora di verificare la scelta politica di un nuovo parlamento che rivendica su altri fronti il pieno esercizio di una sovranità nazionale.
 


lunedì 5 novembre 2018

Quella foto e il crinale apocalittico della storia



C’è un “equilibrio instabile” di fronte al quale è necessario aderire e sostenere l’iniziativa per l’abolizione delle armi nucleari, dice il curatore del dossier “Disarmo” edito da Città Nuova
Giada Aquilino - Città del Vaticano
Da una parte gli Stati Uniti, che col Presidente Donald Trump annunciano di voler abbandonare lo storico Trattato sul controllo dei missili nucleari (Inf) firmato da Usa e Unione Sovietica nel 1987; dall’altra la Russia che, di fronte alle parole del capo della Casa Bianca, parla di un passo “molto pericoloso”, nonostante nel tempo Mosca sia stata criticata per violazioni agli impegni presi 31 anni fa.
L’illusione del primo colpo
La stampa internazionale mette in risalto il rischio dell'avvio di una nuova guerra fredda e di una ulteriore corsa agli armamenti, con uno scenario che coinvolgerebbe altri Paesi, tra cui la Cina. “Ci troviamo di fronte a un potenziale atomico devastante e che dà la possibilità e l’illusione a ciascuna delle parti che non sono più solamente le due superpotenze - Usa e Russia - di avere il primo colpo e quindi di illudersi di fare la prima azione nefasta nei confronti del cosiddetto nemico, senza avere risultati dalla propria parte”, spiega Carlo Cefaloni, curatore del dossier “Disarmo” edito da Città Nuova, espressione del Movimento dei Focolari (Ascolta l'intervista a Carlo Cefaloni). “E’ un equilibrio instabile di fronte al quale - aggiunge il redattore di Città Nuova - è profetico ma è soprattutto necessario, di fronte a una tendenza irresponsabile verso la guerra, la posizione che ha preso la Chiesa con Papa Francesco, di aderire e sostenere l’iniziativa per l’abolizione delle armi nucleari”, con riferimento al Trattato sulla proibizione delle armi nucleari. La Santa Sede, con l’arcivescovo Paul Richard Gallagher, segretario per i Rapporti con gli Stati, ha firmato il documento il 20 settembre 2017 all’Onu di New York, consegnando contestualmente il relativo strumento di ratifica.

Un incidente potrebbe innescare una guerra
Più volte Papa Francesco e, in generale, la Santa Sede nei consessi internazionali hanno ribadito la necessità di un mondo libero dalle armi atomiche. A richiamare l’attenzione sul tema, è stata nel gennaio scorso un’immaginetta fatta distribuire dal Pontefice ai giornalisti sul volo per il Cile, che ha poi suscitato vasta eco: una riproduzione di una foto scattata a Nagasaki nel 1945 dall’americano Joseph Roger O'Donnell, che ritrae un bambino in attesa di far cremare il fratellino minore deceduto in seguito ai bombardamenti atomici sul Giappone. In quell’occasione, Francesco non nascose la propria preoccupazione per i rischi di una guerra nucleare, affermando di aver davvero paura, in una situazione giunta al limite: un incidente, sottolineò, potrebbe innescare una guerra. L’esortazione, sottolineata anche altre volte, fu quella a distruggere le armi e a lavorare per il disarmo nucleare.
Il monito degli scienziati
“Siamo di fronte a una crescita non più controllabile: qualsiasi tipo di innesco sul nostro territorio o a livello mondiale - evidenzia ancora Cefaloni - può dar luogo a un conflitto di cui non ci rendiamo conto. La Federazione degli scienziati americani, che ha un modello di riferimento, che è l’orologio della mezzanotte atomica, ci avverte continuamente che siamo proprio vicini a quell’ora dell’olocausto nucleare”. Il richiamo di Carlo Cefaloni è allora a Thomas Merton, “al quale - ricorda - Papa Francesco ha fatto riferimento quando è andato negli Stati Uniti”. Il monaco cistercense, prosegue, “faceva riferimento alla pace e alla guerra in un’epoca post-cristiana, in cui all’appartenenza e all’obbedienza a Dio e alla coscienza del ‘non uccidere’ si sostituisce la nostra ‘fede’ nella bomba. Cioè, è come un assopimento delle coscienze e in fondo una credenza nella salvezza che viene dalla bomba”.
https://www.vaticannews.va/it/mondo/news/2018-10/tensioni-usa-russia-missili-nucleari-intervista-cefaloni.html

martedì 2 ottobre 2018

Mazzolari la guerra e il profitto oggi


Per mantenere vivo il fuoco e farlo divampare invece di coltivare il culto delle ceneri ho fatto alcune domande a don Bruno Bignami dopo che ho saputo della sua presenza nella pastorale sociale della Cei. Quando ho finito l'intervista ho appreso che era stato nominato direttore dell'ufficio. Dice cose importanti e in controtendenza.

 


La necessità di ribadire l’urgenza, niente affatto scontata, dell’accoglienza verso i migranti, il ripudio della guerra e la centralità della persona prima del profitto, mette in evidenza lo smarrimento e quasi la rimozione di un’evidenza antropologica data per acquisita.
E questo avviene anche all’interno della comunità cristiana e tra coloro che si professano credenti. Cosa è avvenuto negli ultimi anni? Per cercare di compiere una lettura in profondità del nostro tempo avremmo bisogno della profezia di Primo Mazzolari. 
Il parroco di campagna e maestro di fede che davanti alla titubanza di molti della sua Chiesa, in presenza del fascismo, affermava «a forza di stare zitti, quando parleremo nessuno ci riconoscerà perché ci avranno dati già per morti». Abbiamo perciò intervistato il presidente della Fondazione Mazzolari, don Bruno Bignami, che è stato nominato da settembre 2017 direttore dell’Ufficio nazionale per i problemi sociali e il lavoro, con responsabilità anche sul Progetto Policoro. Bignami, già parroco nel cremonese e docente di teologia morale, ha da poco pubblicato un testo (“Misericordia a bracciate”) su Mazzolari dove ricostruisce l’esperienza originale di questo prete di periferia, scomparso nel 1959, attraverso una serie di lettere, finora inedite, inviate ad una molteplicità di interlocutori del suo tempo, che è tuttora il nostro se sappiamo metterci in ascolto.

Perché Mazzolari ha molto da dirci oggi?
Il nocciolo del suo messaggio è quello di un cristianesimo incarnato dentro la storia e la sua complessità ed è significativo oggi che attraversiamo un cambiamento d’epoca con tante incertezze, una fase storica che ci chiede di abitarla e non si stare alla finestra a guardare
Certe volte non sembra tuttavia in ambiti ecclesiali che si celebri il passato distogliendo lo sguardo dal presente? Mentre di fatto prevalgono altri modelli di vita. Non aveva forse intuito la cosa il filosofo Pietro Prini che parlava di uno specie di scisma in atto tra i cristiani?
Lo “scisma sommerso” a cui faceva riferimento Pietro Prini è la separazione tra l’adesione di facciata e la reale convinzione di coloro che si dicono credenti agli insegnamenti della Chiesa ma scelgono in maniera individualistica secondo il tornaconto personale.
Eppure Il legame con la radicalità di Mazzolari, del suo “tu non uccidere”, è molto forte, ad esempio, in chi oggi si impegna nel contrastare la logica della guerra che permette, ad esempio, l’invio di bombe italiane usate nella guerra in Yemen…

Certo il tema della pace richiede oggi maggiore coraggio di fronte ai silenzi generalizzati degli ultimi anni nei confronti dell’aumento della produzione e vendita degli armamenti. È stata messa da parte tutta una importante riflessione che proveniva dal mondo cattolico e in particolare dall’insegnamento di Mazzolari. Si veda la maniera ideologica con cui viene sostenuta la questione della legittima difesa personale.
In che senso?
Ad esempio si tende a presentarla sempre come lecita, mentre nella tradizione cristiana ha dei limiti ben precisi perché il valore della vita è superiore ad altri beni. Il dato evidenzia uno scadimento di riflessione etica e coincide con una visione individualistica, estranea a quella cristiana, dove la propria identità si riflette nelle cose di proprietà tanto da arrivare a dire “io difendo in maniera assoluta ciò che mi appartiene”.     
Cosa è successo in questi anni?
Possiamo dire che abbiamo perso molto tempo e non ci siamo accorti del necessario passaggio di testimone che ci arrivava dal secolo scorso. Esiste un affaticamento che ha finora impedito di aprire gli occhi sulla realtà.  In questo senso assume un particolare valore quanto afferma Francesco e cioè che la realtà è superiore all’idea, mentre spesso una certa idea mistifica la realtà tanto da cambiarne i connotati.
 Perché abbiamo avuto ad esempio anche parlamentari di tradizione cattolico democratica silenti davanti a mozioni che chiedevano di fermare l’invio di bombe per la guerra in Yemen? È stata, forse, la presunta tecnocrazia assunta in politica al posto degli ideali a determinare tale stato di cose?
In genere emerge una incoerenza di fondo che sembra quasi inconsapevole. Bisogna, invece, capire gli interessi concreti in gioco. In un ragionamento libero da condizionamenti si arriverebbe ad altre conclusioni. Dobbiamo perciò chiederci: cosa è che sta spingendo fortemente per mantenere in piedi questo sistema? Nel caso delle bombe costruite in Italia per essere vendute sui teatri di guerra, come quello dello Yemen, occorre chiarire che non possiamo chiamare lavoro ciò che provoca la morte. Non possiamo fare convegni sul lavoro libero, creativo, partecipativo e solidale per poi accettare una situazione insostenibile. Non è lavoro. Evidentemente esistono dei passaggi necessari ancora da compiere, forse perché siamo ancora condizionati da modi ormai superati di ragionare che mettono in competizione il lavoro con la sua sostenibilità e la dignità della persona. La prospettiva va completamente ribaltata.
In che modo?
Dobbiamo dirci esplicitamente che questo modello di sviluppo è insostenibile perché produce danni e, prima o poi, anche disoccupazione. Dobbiamo ripartire dalla capacità di generare lavoro a servizio della vita. Superando anche il paradosso di esternalizzare da noi in Sardegna una attività che in Germania (sede della società che controlla la fabbrica italiana della Rwm, ndr) non è consentita.
Un giovane universitario umbro ne ha chiesto ragione pubblicamente alla Merkel che si è recata ad Assisi per ricevere un premio, ma la Cancelliera ha detto che doveva documentarsi. Al di là dell’episodio, simile a quanto avviene con i politici nostrani, alla fine tutto ciò non appare l’accettazione di un certo relativismo etico?  
Diciamo che si manifesta il fatto di considerare la vita e l’esistenza di alcune persone a seconda dell’importanza che gli viene data, quando ad esempio si accetta che in certi luoghi si possa delocalizzare ciò che inquina nel nostro territorio. Accettiamo di restare indifferenti verso uomini e donne dei quali ignoriamo il volto. Ma in fondo io parlerei molto più semplicemente di opportunismo, della possibilità di portare a casa un profitto a scapito dei diritti e della dignità altrui.  Sicuramente anche all’interno del mondo cattolico emerge la perdita della consapevolezza della storia da cui proveniamo. Non saprei dire se si tratta di relativismo o di una carenza etica di fondo. Forse le due cose vanno assieme ma il problema è reale
Anche l’accettazione del lavoro domenicale nei centri commerciali da parte di molti credenti, nonostante i proclami della Cei, si può leggere come l’esito di tale cedimento strutturale? Basta fare un piccolo sondaggio tra i cattolici per scoprirsi parte di una minoranza derisa se si prova a voler mettere qualche paletto alla Gdo. In sostanza prevale l’interpretazione di un giuslavorista come Ichino (che dice “non è un valore assoluto”) molto apprezzato tra i cattolici moderati …
È evidente che si tratta di una partita persa a monte, sul fondamento e senso della domenica ridotta al precetto della messa e non all’interno del recupero della propria umanità, delle relazioni con la famiglia, gli altri, Dio e i poveri. Una partita che si è persa perché non si è voluta giocare accettando la banalizzazione del senso del tempo, del lavoro e del riposo come valore relazionale profondo e non moralistico. Qualcosa che è legata alla condizione umana ed è nel Dna dell’annuncio cristiano.
Ma è una partita persa per sempre?
Esiste la difficoltà di parlare di questioni complesse come il recupero della relazione e della cura e del senso del lavoro in una cultura che tende alla semplificazione.  
Nella pratica tuttavia sono i sindacalisti delle Usb che fanno picchetti contro l’obbligatorietà del lavoro festivo nei centri commerciali, che sostengono le madri che giungono ad imbavagliarsi per protesta perché la turnazione gli sottrae il tempo per stare in famiglia con i figli. Non rischiamo nel mondo cattolico di fare astratti discorsi sui valori?  
Credo proprio di sì. Come ho detto ci vuole un punto di svolta e bisogna riprendere il discorso dalle fondamenta.




lunedì 24 settembre 2018

Spezzare le catene

Per Loppiano Lab 2018 ho proposto e organizzato questo laboratorio destinato nelle mie intenzioni a continuare e crescere nel tempo come alimento di impegno comune per risalire fino alla responsabilità del sistema della Gdo





SPEZZARE LE CATENE DEL LAVORO SERVILE
Alle radici dell’impegno per la dignità umana. La filiera da bonificare in agricoltura per sconfiggere il fenomeno del caporalato. Dall’azione sui campi al sistema della grande distribuzione organizzata.
Auditorium Loppiano                                          
Laboratorio Sabato 29 settembre ore 10.45-12.45
Antonio Maria Mira, capo redattore e inviato speciale del quotidiano Avvenire
Claudio Vanni, Unicoop Firenze
Angelo Moretti, direttore generale consorzio Sale della terra Benevento, coautore del libro di Città Nuova “L’Italia che non ti aspetti (manifesto per una rete dei piccoli Comuni del Welcome)”
Jean Renè Bilongo Osservatorio Placido Rizzotto Flai Cgil
Giuseppe Gatti magistrato, sostituto procuratore della Direzione Distrettuale Antimafia di Bari, coautore del libro di Città Nuova “Alle mafie diciamo NOi”
Coordina Carlo Cefaloni giornalista Città Nuova
                                                                                                                    

sabato 2 giugno 2018

Papale papale


Mi convinco sempre di più della necessità di mettere da parte ogni traduzione dei cosiddetti esperti e leggere direttamente cosa dice Francesco. 

«Spesso si sente dire che, di fronte al relativismo e ai limiti del mondo attuale, sarebbe un tema marginale, per esempio, la situazione dei migranti. Alcuni cattolici affermano che è un tema secondario rispetto ai temi “seri” della bioetica. Che dica cose simili un politico preoccupato per i suoi successi si può comprendere, ma non un cristiano, a cui si addice solo l’atteggiamento di mettersi nei panni di quel fratello che rischia la vita per dare un futuro ai suoi figli. Possiamo riconoscere che è precisamente quello che ci chiede Gesù quando ci dice che accogliamo Lui stesso in ogni forestiero (cfr Mt 25,35)? San Benedetto lo aveva accettato senza riserve e, anche se ciò avrebbe potuto “complicare” la vita dei monaci, stabilì che tutti gli ospiti che si presentassero al monastero li si accogliesse «come Cristo», esprimendolo perfino con gesti di adorazione, e che i poveri pellegrini li si trattasse «con la massima cura e sollecitudine».
 Qualcosa di simile prospetta l’Antico Testamento quando dice: «Non molesterai il forestiero né lo opprimerai, perché voi siete stati forestieri in terra d’Egitto» (Es 22,20). «Il forestiero dimorante fra voi lo tratterete come colui che è nato fra voi; tu l’amerai come te stesso, perché anche voi siete stati forestieri in terra d’Egitto» (Lv 19,33-34). Pertanto, non si tratta dell’invenzione di un Papa o di un delirio passeggero. Anche noi, nel contesto attuale, siamo chiamati a vivere il cammino di illuminazione spirituale che ci presentava il profeta Isaia quando si domandava che cosa è gradito a Dio: «Non consiste forse nel dividere il pane con l’affamato, nell’introdurre in casa i miseri, senza tetto, nel vestire uno che vedi nudo, senza trascurare i tuoi parenti? Allora la tua luce sorgerà come l’aurora» (58,7-8).

GAUDETE ET EXSULTATE par 102-103 



giovedì 17 maggio 2018

Se la vita vera non è notiziabile

Ad un anno dalla marcia della pace del 7 maggio 2017 che sollevava la questione della presenza di una fabbrica di bombe (Rwm spa) sul territorio, è stata accolta nella città di Iglesias, in Sardegna, Bonyam Gamal, una giovane yemenita. La donna, attivista dei diritti umani, ha raccontato la storia di una famiglia intera distrutta dalle bombe lanciate dalla coalizione saudita sulla popolazione civile del suo Paese, in un conflitto che l'Onu ha definito come vero e proprio disastro umanitario, con crimini di guerra perpetrati da entrambi le parti. Bonyam Gamal ha parlato di persone e di volti, senza accusare, ma ringraziando per il rapporto possibile tra due porzioni di umanità che, secondo una certa logica, dovrebbero semplicemente ignorarsi.

All'incontro “Sardegna isola di pace”, organizzato dal comitato per la riconversione Rwm, era presente anche la famiglia composta da Giogio Isulu, Daniela Ledda e i loro quattro figli. Non hanno parlato pubblicamente, ma la loro storia spiega è un canto della grandezza della condizione umana. Come accade troppo spesso nel nostro Paese, in pochi mesi il marito, a fine 2016, ha perso improvvisamente un lavoro qualificato, conquistato con anni di dedizione, perché la multinazionale dove era occupato, che produceva componenti refrattari per la siderurgia, ha spostato improvvisamente la produzione in Polonia e Repubblica Ceca.
Giorgio, dopo lo sconcerto iniziale, poteva ricollocarsi, come alcuni dei suoi colleghi, presso la vicina Rwm, ma in quella azienda controllata dalla tedesca Rheinmetall si producono le bombe che vengono sganciate sulla popolazione yemenita e allora la giovane famiglia sarda ha scelto di rifiutare quella opportunità di lavoro.
Secondo alcuni criteri di notiziabilità del mondo dei media, questa vicenda non è interessante. La dignità, non ostentata, di Giorgio e Daniela permette di percepire, invece, la novità assoluta e inspiegabile di un movimento nato dal basso che chiede non solo l'interruzione della fornitura delle armi ai Paesi in guerra, ma pretende di ridiscutere e trasformare l'economia di un territorio interessato dalla crisi economica sopraggiunta a quella del settore minerario.


Proprio per riconoscere l'originalità di un percorso di cittadinanza attiva cresciuto in poco tempo perché fondato su solide radici, la rete internazionale della comunicazione Net One ha promosso sabato 5 maggio, nel bel teatro Elettra posto nel centro storico di Iglesias, un seminario su giornalismo e pace secondo il metodo sperimentato nelle precedenti iniziative sparse nel mondo, dalla Grecia passando per la Libano e la Colombia. La proposta, cioè, del confronto con la realtà attraverso un dialogo esigente che va oltre i confini degli addetti della comunicazione professionale.
La presenza dei rappresentati della stampa nazionale e di quella locale ha fatto emergere domande e contraddizioni sul racconto della guerra e la menzogna che l'accompagna, che fanno della verità la loro prima vittima. Ma ha dato anche spazio a coloro che non riescono a restare indifferenti. Come i pochi attivisti rimasti coerenti fin dal 2001, quando si è consumata la conversione di quella fabbrica di esplosivi in luogo di produzione di armi pesanti. C'è qualcosa da esplorare in questa tenace resistenza alla logica della guerra che nasce in terra sarda. Lo si nota, ad esempio, nell'opposizione alle servitù militari che rendono parte dell'isola funzionale alla sperimentazione di nuove armi o teatro di esercitazioni congiunte che preparano a nuove azioni di combattimento.
Il caso Rwm fa emergere l'intreccio di un nodo di responsabilità nazionali e internazionali che non si può delocalizzare e far pesare sulla popolazione dell'iglesiente. Lo ha detto in maniera esplicita il vescovo della diocesi di Iglesias all'inizio della due giorni, aperta dal seminario sulla comunicazione e conclusasi con una marcia lungo un breve tratto dello splendido percorso minerario di Santa Barbara. «La gravissima situazione economico sociale non può legittimare qualsiasi attività produttiva», per monsignor Giovanni Paolo Zedda che ha emesso un comunicato che interpella l'intera Chiesa italiana, radunatasi, ad ottobre del 2017, a Cagliari per le settimane sociali dedicate al lavoro degno, solidale e partecipativo.
E la politica? Esiste quella che nasce dalla sovranità dei comuni, come quello di Iglesias che ha respinto finora l'allargamento della fabbrica di bombe sul suo territorio. Una testimonianza di fedeltà alla Costituzione riconosciuta con un premio assegnato dall'associazione “Città per la fraternità” rappresentata, durante il lungo incontro pomeridiano ricco di testimonianze e contributi artistici, da Stefano Cardinali, già sindaco di Montecosaro nelle Marche. Il senso di questo riconoscimento si coglie nel fatto che a proporlo sia stata la città di Assisi tramite il suo sindaco Stefania Proietti che, assieme al vescovo Domenico Sorrentino, ha anche scritto al presidente della Repubblica Sergio Mattarella per chiedere un autorevole richiamo al rispetto della legge 185/90, che vieta l'invio di armi ai Paesi in guerra e obbliga a destinare fondi per la riconversione industriale.


Inaspettatamente durante la due giorni dedicata alla Sardegna come “isola di pace”, è anche intervenuto Renato Soru, attuale europarlamentare e già governatore della regione, per ribadire la sua determinazione a favore di una “economia disarmata” per salvare posti di lavoro e togliere di mezzo l'anomalia di una fabbrica di bombe in una terra che ha una vocazione diversa dall'essere una piattaforma logistica della geopolitica della guerra. Un segnale in controtendenza che si accompagna a prese di posizione di altri esponenti politici, come il pentastellato senatore Pino Cabras.
Ma il “metodo Iglesias” impone di non fermarsi agli eventi per procedere con scelte e dati, senza accontentarsi di promesse future.
Come dimostra la storia di Giorgio e Daniela che obbediscono alla loro coscienza e fondano, così, il legame sociale più forte di ogni disgregazione. Come l'azione di Lisa Clark, premiata con il Nobel per la pace 2017, assegnato alla rete Ican che chiede di bandire le armi nucleari. Anche lei è stata presente alla due giorni di Iglesias. Ha portato la sua testimonianza, ma ha anche chiesto un banchetto per raccogliere le firme di sostegno alla campagna che vuole smuovere il governo italiano a recedere dall'opposizione al trattato internazionale che recepisce il bando assoluto alle armi nucleari.
Piccoli gesti che esprimono fiducia nell'essere umano, nella capacità di ognuno di dare ascolto alla propria coscienza e dirottare il corso di una storia che sembra già scritta.

lunedì 30 aprile 2018

Vedere capire agire

La traccia seguita nell'incontro avuto il 29 aprile 2018  con i giovani a Loppiano (Firenze)
verso la festa del primo maggio 
Bambini giocano con le biglie in una strada dello Yemen

 Ripudio della guerra e conversione economica


Vedere, capire, agire. È questo il criterio proposto da papa Francesco che, come movimento dei focolari in Italia, siamo cercando di affrontare una questione decisiva a livello mondiale che riguarda il destino di tutti e il futuro stesso dell’umanità.

“Vedere” è il primo punto perché la tendenza è, invece, quella della rimozione e cioè non rendersi conto de pericolo di un conflitto atomico che secondo il bollettino della Federazione degli scienziati statunitensi può avvenire con probabilità maggiori degli anni ’60 quando il mondo si ritrovò ad un passo della deflagrazione nucleare . Oggi i fattori di instabilità a livello geopolitico sono tali che la continua crescita degli armamenti raggiunge una spesa annua di circa 1.700 miliardi di dollari che vede grandi gruppi economici intenti a produrre e vendere, in forte competizione tra loro su tutte le piazze e fiere in giro per il Globo, un tale potenziale distruttivo che determina le scelte fondamentali dei nostri governi. 

La stessa arma atomica vede i detentori di questo strumento di morte tentati dalla possibilità tecnologica di effettuare il primo colpo (“first Strike) senza pagarne le conseguenze e quindi illudendosi di raggiungere una egemonia a livello planetario. A 100 anni dal primo conflitto mondiale, che ha rappresentato la pianificazione della distruzione di un’intera generazione con strumenti dell’industria di distruzione di massa, siamo ancora dentro la contraddizione che visse un giovane Igino Giordani, allora ventenne, che pur indossando una divisa si rifiutò di sparare e maturò la consapevolezza di rifiutarsi agli ordini ingiusti fino a diventare , molti anni dopo, nel 1949, passato l’incubo del regime fascista che trascinò l’Italia ad una guerra ancora più rovinosa a fianco dell’alleato nazista, il primo a proporre nel parlamento italiano il diritto all’obiezione di coscienza. 


Come ha detto papa Francesco visitando un luogo, Redipuglia, dove sono conservati i resti di 100 mila giovani caduti nelle trincee, ancora oggi risuona nel mondo il grido di Caino che dice “a me che importa?”. E tutto ciò accade per il continuo prevalere del potere di pochi degli interessi dei fabbricanti di armi.

“Capire” ciò che accade non è perciò fine a se stesso ma comporta la necessità di “agire” per cambiare e rovesciare con mite ma ostinata decisione le cause strutturali che producono odiose ingiustizie sociali per immani risorse sottratte alla lotta contro la miseria per essere destinate ad un mercato di autodistruzione tanto che papa Giovanni XXIII ha definito nella enciclica “Pacem in terris, la guerra del nostro tempo moderno come qualcosa da matti, fuori da ogni ragione.