martedì 24 ottobre 2017

Anna Frank a Roma

Romanista ebreo” è usato abitualmente come insulto, a Roma, tra i tifosi. Così l’uso dell’assonanza con i “rom”, i “nomadi”, che rappresentano, nella stessa concezione del mondo, l’insieme di ciò che è più detestabile.
Le immagini che raffigurano il volto sorridente della giovane Anna Frank, icona dell’Olocausto, con la maglietta della squadra di calcio capitolina, circolano da molto tempo e non ci si può illudere di affrontare il caso criminalizzando solo alcuni giovanissimi ultras.
Il ritrovamento di questi cimeli nella curva Sud (spazio dello Stadio olimpico assegnato convenzionalmente ai colori giallorossi) dopo un passaggio dei tifosi laziali assomiglia alla scoperta dell’acqua calda. Nel film “La scuola” (1995) di Daniele Lucchetti, il professore interpretato da Silvio Orlando si adira con i suoi studenti per la scritta “romanista ebreo” ritrovata in classe. Uno studente si pente e scusandosi gli dice: «mi dispiace professore, non sapevo che fosse romanista».
Espressioni considerate goliardiche come molte delle parole innominabili che invitano a bruciare le città avversarie. Valvole di sfogo da sempre utilizzate e perciò tollerate dai poteri prevalenti per rimuovere l’attenzione dai veri problemi.    
La novità, tuttavia, a Roma è che questa tradizionale divisione politica di memorie ducesche tra le due parti della città non esiste da tempo. Anche nella curva giallorossa si sente l’egemonia culturale dei gruppi di una certa destra estrema, presente da sempre non solo nei quartieri “bene” della metropoli ma anche nelle borgate popolari. Un solco segnato da gravi episodi di cronaca al tempo del terrorismo, ma vivi nel ricordo delle varie comunità urbane che celebrano i riti in memoria dei loro caduti. I gesti di riparazione vanno curati bene, non come ha fatto il presidente della Lazio, Lo Tito, che è andato a portare una corona di fiori vicino la sinagoga di Roma, senza attendere i tempi dei rappresentanti della comunità ebraiche tra le più antiche del mondo. Serve a poco anche cedere ai dettami della società dello spettacolo con copie del diario di Anna regalate come gadget. I libri vanno letti assieme e ad alta voce.
Bisogna, invece, sapersi porre delle domande sulla memoria condivisa di una  Nazione che nel 1938 introdusse le leggi razziali con il discorso pronunciato da Mussolini a Trieste. La stessa città dove, 20 anni prima,  sul molo audace sbarcarono le truppe italiane ribaltando la sconfitta di Caporetto al termine del massacro della Grande Guerra. Un orrendo mattatoio rivendicato proprio da chi, organizzando la marcia su Roma del 1922, si presentò al re Vittorio compiacente come rappresentante autentico dell’”Italia di Vittorio Veneto”.
A chi scrive, tifoso critico verso il calcio mercificato, quell’icona della giovane ebrea tedesca con la maglia giallorossa piace molto come parte di un quadro di famiglia.   



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