mercoledì 27 dicembre 2017

Ribellione alla guerra e fraternità politica. Un percorso di formazione


«Nel “maggio radioso” 1915, fui chiamato alle armi. Un pomeriggio, nella Stazione Termini, a Roma, scorsi tra folle urlanti Gabriele D’Annunzio portato a braccia sulle teste calde; e il suo viso mi diede l’impressione d’una grande paura, e d’una equivalente noia. Non m’era piaciuto come autore e mi parte artefatto come attore». Con questa cronaca asciutta, Igino Giordani ha saputo scrivere in tarda età lo smarrimento che da giovane ventenne provò al momento della chiamata alla leva per la Grande Guerra. Credo che sia questo il modo migliore per cercare di avvinarci ad un nodo non risolto della nostra autobiografia nazionale che ha pesanti e duraturi effetti sulle scelte strategiche e politiche attuali. 

ENTRARE DENTRO LA STORIA 

Ho seguito questo metodo, che parte dalla narrazione di una storia per arrivare al contesto generale, in una delle scuole di partecipazione promosse dal Movimento Politico per l’Unità che rappresenta la proposta, generata dal Movimento dei Focolari, della fraternità come paradigma di analisi e pratica in campo sociale. Quella che espongo è un percorso possibile e sperimentato di questo tipo di scuole, non ne è l’unico e neanche quello ufficiale.
Giordani (1894-1980) è un cofondatore dei Focolari con Chiara Lubich e Pasquale Foresi.  Nato da una famiglia operaia di Tivoli, vicino Roma, riesce a studiare ma la sua giovinezza viene attraversata dai venti di guerra. Incrocerà così le manifestazioni rabbiose degli interventisti esprimendo anche un’opposizione pubblica («esplosero comizi guerrafondai in piazza, ai quali io andavo per protestare contro la guerra»). Ma quando arrivò la chiamata alle armi non riuscì neanche a pensare di disertare, come fecero molti militanti di sinistra.
Frequenta i corsi in Accademia definendoli la “scienza dell’imbecillità”. Non sparerà un colpo verso i “nemici” ma rimarrà gravemente in una delle tante azioni suicide che appartengono a quel macello industriale di massa. Popolare antifascista della prima ora, sarà eletto in assemblea costituente e nel 1949 presenta, assieme al socialista Umberto Calosso, la prima proposta di riconoscimento dell’obiezione di coscienza, osteggiata dal suo partito “cattolico” che lentamente lo condurrà a lasciare il parlamento e l’impegno politico diretto. Quella proposta di legge reca l’impronta del giovane Igino che poi diventerà un maestro del pensiero cristiano antitotalitario durante il ventennio formando la coscienza di molti attingendo al patrimonio sconosciuto e sempre attuale dei primi padri della Chiesa. Un percorso che troverà compimento nella grande opera di formazione che potrà esercitare nella crescita del Movimento dei Focolari come proposta di radicalità evangelica diffusa a livello mondiale.
Il punto centrale da esplorare nella vicenda del giovane tiburtino è la contraddizione che proveniva dall’adesione ad una Chiesa che con papa Benedetto XV si rivolgeva ai Capi delle nazioni per implorare il termine della carneficina ma non per questo scioglieva dall’obbedienza verso la autorità legittima. A questo fine si può leggere, invece, la testimonianza della Lega dei democratici cristiani dichiaratamente interventisti in senso appunto democratico progressista ( Donati, Cacciaguerra, il seminarista Mazzolari, ecc.) ad eccezione del circolo del Savonarola di Torino
Una diversa e interessante filone anti interventista, da seguire e leggere, dalle fonti è invece quella di Guido Miglioli, legato alla vita delle leghe contadini cattoliche.   
Insomma bisogna entrare dentro la storia e vedere l’involuzione del socialista rivoluzionario Mussolini che qualche anno prima aveva fermato i convogli in partenza per la guerra italo turca in Libia e che dopo aver scritto “neanche un soldo per questa guerra” giunge ad arruolarsi volontario come dimostrazione di una propaganda totale che gli farà scrivere di aver dormito particolarmente bene dopo aver ucciso il nemico che pure era indifeso, come gli rimproverò insolitamente un superiore. 

OBBEDIENZA E DISOBBEDIENZA

Continuando nell’approfondimento della questione bisogna saper dare ascolto alla testimonianza di Giordani come questo brano di memoria: « Quante trombe, quanti discorsi, quante bandiere! Tutta roba che infittiva dentro il mio spirito la repugnanza per quegli scontri, con governi che, incaricati del bene pubblico, attuavano il loro compito ammazzando figli del popolo, a centinaia di migliaia, e distruggendo e lasciando distruggere i beni della nazione: il bene pubblico. Ma quanto tutto ciò mi apparve cretino! E soffrivo per milioni di creature, alle quali si soleva per forza far credere nella santità di quegli omicidi, santità attestata anche da ecclesiastici che benedicevano cannoni destinati a offendere Dio nel capolavoro della creazione, a uccidere Dio in effige, a realizzare il fratricidio in persona di fratelli».
A tale lettura va aggiunta quella di un altro testimone d’eccezione, il francescano Agostino Gemelli che affiancò e poi sostituì il sensibile barnabita Giovanni Semeria, noto esponente modernista, che non riuscì a superare la contraddizione tra la sua vocazione cristiana e l’incitamento alla morte ad onore della patria. Una quadratura che riuscì al futuro fondatore dell’Università Cattolica che scriveva così, nel 1915, in “La filosofia del cannone”: «Ho detto che la guerra è divina. Con ciò non intendo enunciare un paradosso. Io intendo dire soltanto che l’effusione del sangue umano, per opera della guerra, nelle terribili lotte dei popoli, ha un valore speciale, per il quale esso coopera al governo divino del mondo. Lo spargimento di tanto sangue innocente è una forma di espiazione della colpa del genere umano, espiazione che ha valore di rigenerare non solo individui, ma anche le nazioni». Ma le fonti per voler approfondire tali concezioni che affiancavano alcuni principi pedagogici dei cattolici illustrati da Francesco Piva sull’ “uccidere senza odio”.  
Per recuperare le tracce di una fraternità rimossa bisogna perciò invitare a trovarne le tracce in luoghi insoliti come in questo verbale dell’Ospedale psichiatrico di Treviso: «In una ricognizione di pattuglia eseguita la notte della Vigilia di Natale potetti acciuffare una dozzina di austriaci che placidamente dormivano in una grotta. Ebbene detti soldati non erano uomini, ma scheletri, non mangiavano da due giorni per mancanza di pane. Intanto i miei soldati con sollecitudine offrirono loro delle pagnotte e alla vista di quel ben di Dio per loro, allegri presero la via delle nostre linee. Non dimenticherò mai in vita mia quei baci ricevuti dai nostri nemici».

Gli episodi di fraternizzazione nel Natale 1914 sono non tanto da citare ma da approfondire anche per capire come una tale consapevolezza dell’orrore abbia permesso ad una massa di refrattari alla guerra di cedere al colpo di stato di Salandra e Sonnino ordito sotto influsso dei Savoia. 
Non si possono affrontare molte delle questioni di fondo senza prendere atto che la guerra è, da sempre, giustificata teologicamente. È una rimozione dolorosa quella che porta a dimenticare la benedizione delle armi da parte delle chiese cristiane anche in presenza di autorità oscene. Siamo ancora dentro la contradizione della prima guerra mondiale tuttora giustificata da certa storiografia ufficiale. Quella frattura è all’origine del nostro tempo e delle sue contraddizioni. Esiste un grande processo di rimozione collettiva sulle cause e le responsabilità del mattatoio della Grande Guerra del 1914-1918.  


OLTRE LA RIMOZIONE. LETTURA DEL NOSTRO TEMPO 

 Chi ha lucrato sulla morte di milioni di persone e spalancato l’abisso dei regimi totalitari, ha continuato a determinare la vita delle nazioni e a governare i processi di globalizzazione. A cominciare dalle aziende (Ansaldo, Fiat, Perrone, Edison,ecc.) che hanno finanziato la scelta interventista del 1915. Allo stesso tempo è rimasto in silenzio o è stato complice chi poteva sostenere, davanti all’orrore e alla menzogna, la ribellione spontanea di un popolo di operai e contadini. Il fallimento dell’internazionalismo socialista e il grido solitario di Benedetto XV sulla inutile strage spiegano tante delle nostre attuali contraddizioni. 

L’Italia, nonostante una diffusa opposizione popolare, ha partecipato alla guerra in Iraq nel 2003 e ha aderito banalmente al conflitto in Libia voluto dalla Francia nel 2011. La nostra penisola è usata come una piattaforma logistica e di deposito di armi, anche nucleari, pronte ad essere impiegate nei conflitti che, su scala planetaria, configurano una vera e propria terza guerra mondiale.
Finmeccanica Leonardo, gruppo industriale ancora sotto controllo pubblico, sta ultimando la propria intera conversione produttiva dal settore civile a quello militare con la conseguenza di trovare strategie di vendita degli armamenti sostenute dalle azioni e omissioni dei nostri governi in campo diplomatico.
Non è perciò affatto una stranezza avere ancora le nostre strade e piazze che portano i nomi di veri e propri criminali di guerra, come ad esempio Luigi Cadorna, o di luoghi “vittoriosi” segnati da vergognosi eccidi di un’intera generazione.
Gli stessi momenti celebrativi della Repubblica che ripudia la guerra (articolo 11 della Costituzione) si accompagnano a parate militari, all’inno del maggio radioso, all’uso irrispettoso e strumentale del culto dei soldati caduti in battaglia. Oltre la retorica ufficiale, che continua in gran parte a coprire una vergogna che segna nel profondo la nostra coscienza, questo è il tempo giusto per mettere in evidenza e far conoscere le voci della resistenza alla cultura di morte, recuperare le storie sconosciute, ripristinare la verità storica che purifica la memoria senza censure e coperture di comodo, condividere una lettura del nostro tempo per cercare di capire le visioni e le idee che ora minacciano la ricerca autentica della pace nella giustizia.
In tal modo diventa comprensibile l’affossamento della pur prudente proposta parlamentare volta a riconoscere l’onore ai soldati fucilati barbaramente per ordine dei vertici militari nel corso della prima guerra mondiale.
Una scuola di partecipazione politica deve avere gli strumenti per analizzare le ragioni di lunga durata che hanno portato, in una saldatura trasversale, a fermare quel percorso di consapevolezza che potrebbe far comprendere il realismo espresso da papa Francesco davanti all’angosciante cimitero militare di Redipuglia il 13 dicembre 2014: «Da qui ricordiamo le vittime di tutte le guerre. Anche oggi le vittime sono tante… Come è possibile questo? E’ possibile perché anche oggi dietro le quinte ci sono interessi, piani geopolitici, avidità di denaro e di potere, c’è l’industria delle armi, che sembra essere tanto importante!

E questi pianificatori del terrore, questi organizzatori dello scontro, come pure gli imprenditori delle armi, hanno scritto nel cuore: “A me che importa?”. Con quel “A me che importa?” che hanno nel cuore gli affaristi della guerra, forse guadagnano tanto, ma il loro cuore corrotto ha perso la capacità di piangere. Caino non ha pianto. Non ha potuto piangere. L’ombra di Caino ci ricopre oggi qui, in questo cimitero. Si vede qui. Si vede nella storia che va dal 1914 fino ai nostri giorni. E si vede anche nei nostri giorni».
A proposito delle vittime, ancor più recentemente, il 4 febbraio 2017, Francesco ha detto che «Bisogna puntare a cambiare le regole del gioco del sistema economico-sociale. Imitare il buon samaritano del Vangelo non è sufficiente. Certo, quando una qualsiasi persona si imbatte in una vittima, è chiamato a prendersene cura… Ma occorre agire soprattutto prima che l’uomo si imbatta nei briganti, combattendo le strutture di peccato che producono briganti e vittime».
contributo per la rivista Azione nonviolenta 



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