mercoledì 10 giugno 2020

Nichilismo antropologico e ateismo cattolico


Ho letto e trovato di grande attualità questo testo di Ernesto Balducci estratto dall'introduzione di un libro di Mimmo Franzinelli del 1991 "Il riarmo dello spirito", difficile da recuperare. Sono dubbioso sulla certezza che aveva Balducci quando diceva «Questa follia non potrà ripetersi».



«A quanto mi risulta, nella sterminata storiografia sull'ultima guerra, al di là di pregevoli monografie, manca una ricerca specifica e globale sul ruolo che vi ebbe la Chiesa cattolica nel suo apparato pastorale

Eppure, se si tien conto dell'incidenza che, con il prestigio della sua immagine e con il suo radicamento nella società, una diligente ricostruzione dei comportamenti istituzionali e personali del clero in seno all'esercito è indispensabile per comprendere la vastità dello smarrimento culturale e morale di cui il fascismo fu solo la forma politica.

Ho gli anni giusti per verificare nelle pieghe della mia autobiografia i riflessi di quella tragedia morale, a cominciare dal crudo segno del complesso di colpa: lo stesso Concordato che riconosceva ai cappellani militari un ruolo equiparato a quello degli ufficiali, consentì a molti, come a me, di restare fuori dalla bufera per il privilegio dell'esenzione dal servizio militare. E così il mio antifascismo, retaggio del mondo operaio da cui vengo, riuscì a evitare la prova delle scelte di coscienza nell'ovattato rifugio di un seminario romano, in cui peraltro dominava complessivamente un allineamento acritico alla causa fascista. Ho sempre portato in me la vergogna di un crumiro della storia: sotto le volte di una istituzione in cui non si udivano più gli echi della profezia, mi sono limitato a osservare la tragedia del mondo dagli spiragli di una finestra socchiusa.
Forse è anche per questo che questa documentatissima storia del clero militare durante la guerra mi ha coinvolto nel profondo, mettendomi sotto gli occhi, al di là della minuziosa ricostruzione o forse proprio in forza di essa (Franzinelli non parla, fa parlare gli archivi), il collasso morale non solo della società ma della Chiesa, condannata a scontare fino in fondo le conseguenze morali del suo sogno teocratico, incarnato, almeno in primo piano, dal protagonista di questa follia collettiva: il vescovo castrense Angelo Bartolomasi.

È vero – e Franzinelli lo documenta in modo esemplare – che la tipologia dei cappellani fu abbastanza variegata; vi rientrano anche uomini come padre Bevilacqua o come don Gnocchi che sovrastano di gran lunga la piatta volgarità spirituale della categoria e anzi anticipano, specie il primo, i tempi nuovi. E tuttavia è raro rintracciare tra questi ministri, che pure traevano dal Vangelo il loro titolo di presenza, una qualche deplorazione della guerra come tale, una qualche premura indifferenziata per i diritti dell'uomo, a cominciare dai diritti di coscienza. Anche quelli che dopo l'8 settembre imboccarono i sentieri della dissidenza dal fascismo dovettero sperimentare l'isolamento e l'incomprensione.

Lo confesso: andando avanti nella lettura di queste pagine, cresceva in me, accanto allo sgomento, un senso di pietà per questi uomini di Dio, colmi di zelo e di buona volontà ma senza nessun discernimento, pronti a trascinare i loro altarini di campo in campo, a diluire la parola evangelica in un beveraggio insulso o cupamente pagano, lieti degli effetti che spesso ottenevano in una truppa reclutata per lo più nel ceto contadino e perciò abituata a mettere insieme, senza scrupoli, l'amore alla mamma e la devozione alla Madonna, la frequentazione delle case di tolleranza e l'amuleto sacro contro le pallottole, la bestemmia e la preghiera.

La condanna evangelica non li sfiora mai, questi pastori. La guerra sembra per loro un evento necessario che non provoca come tale reazioni morali, ma viene vissuta o con il consenso ideologico o con una generica disposizione al sacrificio della vita

Come scrisse il giornale cattolico “L'Italia”, essi «alzano il crocifisso con la decisione e la fermezza con cui il nostro soldato alza la propria arma».

Pagine inesorabili, queste, proprio perché prive di pregiudizio ideologico, costruite minuziosamente con citazioni d'archivio. Da qui l'effetto angosciante della loro potenza evocativa. Ciò che esse evocano vorrei chiamarlo ateismo cattolico, e cioè una forma religiosa in cui non respira né la coscienza libera né la libera parola di Dio. 

Tutto è divorato da una retorica vuota di Vangelo e di ragione. Sono i maestri non dei martiri che muoiono sapendo perché muoiono, ma dei servi che muoiono senza sapere perché, secondo una nobile lettera scritta da don Primo Mazzolari, uno dei rari preti che presero posizione contro la guerra.

Se toccasse a me, farei leggere il libro di Franzinelli in tutti i seminari, perché chi oggi ha deciso di farsi prete tenga presenti gli esempi negativi della sua categoria e si renda conto di quale sia la ragione di fondo di tanti smarrimenti: è la sfiducia nella coscienza dell'uomo, è l'attaccamento all'istanza autoritaria, è l'identificazione tra regno di Dio ed egemonia della Chiesa. È, in radice, quel nichilismo antropologico che un tempo trovava le sue ebbrezze nell'accettazione di una religione sacrificale al cui centro c'è un Cuore coronato di spine che invita gli uomini al sacrificio della vita.
Oserei dire che questa Chiesa non c'è più. Nel caso di una guerra – e lo abbiamo visto nei tristi giorni del Golfo – non ci sarà più un Pontefice taciturno né un cappellano che, armato di crocifisso, esorta all'amore per la patria come una sola cosa con l'amore di Dio. 

Questa follia non potrà ripetersi.
E tuttavia il male antico ha ancora propaggini nelle coscienze e niente vale a liberarle quanto una documentata ricognizione dei modi con cui quel male si propaga e si maschera. Franzinelli ha reso un grande servizio a questa trasformazione della cultura e insieme ha reso onore a tutti coloro che in nome della coscienza si sono opposti al fascismo e oggi si oppongono a ogni tentativo di riproporre la guerra come strumento di giustizia».

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