Testo dell'intervento che ho letto il 31 gennaio 2026 durante l'incontro pubblico organizzato dall’Istituto di Diritto Internazionale della Pace Giuseppe Toniolo dell'Azione Cattolica Italiana, incentrato sul messaggio del Papa per la Giornata Mondiale della Pace 2026.
L’Italia, l’Europa intera, è la prima linea di una possibile
guerra nucleare. Sono note le simulazioni offerte dall’università di Princeton
che stimano in 2,6 milioni il numero di morti nel nostro continente entro le
prime tre ore dall’innesco dell’escalation destinata a diventare
incontenibile.
Viviamo dentro una crisi internazionale in cui, come
ha detto il presidente della Repubblica
Sergio Mattarella lo scorso 16 novembre, partecipando alla giornata del lutto
nazionale in Germania, «nuovi Dottor Stranamore si affacciano all’orizzonte,
con la pretesa che si debba “amare la bomba”».
«Si odono dichiarazioni di Paesi su possibili ripensamenti del rifiuto
dell’arma nucleare. Emerge, allora, il timore che ci si addentri in percorsi ad
alto rischio, di avviarsi ad aprire una sorta di nuovo vaso di Pandora».
Esiste un caotico e imprevedibile smantellamento dell'intera architettura globale di controllo degli armamenti. La quasi totale assenza di contatti ad alto livello tra le potenze nucleari ha creato un vuoto diplomatico in cui un incidente o un errore di calcolo possono innescare una catastrofe. Nel mentre la spesa globale annua per gli armamenti nucleari ha superato i 91 miliardi di dollari e alcuni teorizzano un conflitto nucleare "limitato", combattuto con armi tattiche a basso potenziale.
È una questione tanto seria quanto rimossa dal dibattito pubblico nell’illusione indotta della fine del pericolo imminente dopo la soluzione della crisi dei missili di Cuba nel 1962. Invece l’ultimo comunicato del 27 gennaio 2026 emesso dalla Federazione degli scienziati atomici americani ci avverte che siamo a 85 secondi della mezzanotte nucleare secondo la simulazione dell’Orologio dell’Apocalisse ideato nel 1947 per segnare la distanza dell'umanità dalla sua autodistruzione.
Come è noto la crisi innescata dalla presenza dei
missili russi nell’isola dei Caraibi in mano ai castristi fu risolta grazie
alla decisione di Kennedy e Krusciov maturata in contrasto con i rispettivi
apparati militar industriali. Un ruolo importante fu svolto, in
quell’occasione, da papa Giovanni XXIII nel far prendere consapevolezza
dell’abisso posto dinanzi ai decisori politici ultimi. Ricordiamoci che in
forza di quell’accordo furono smantellate le basi missilistiche Usa non solo in
Turchia ma anche in Puglia e Basilicata.
Oggi la nostra comprensione di questo pericolo
esistenziale è spesso annebbiata da miti infondati. Per lungo tempo si è
spacciato come garanzia di sicurezza un sistema di deterrenza infallibile,
gestito da leader perfettamente razionali e tecnologie impeccabili. Un
funzionamento senza errori di sistemi tecnologici immensamente complessi e
l'assenza totale del caso o dell'imprevisto. Senza scordare che la “strategia
del pazzo” o del “cane rabbioso”, inteso come imprevedibilità, è parte della
deterrenza.
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In questi decenni, come fa notare Francesco
Vignarca, coordinatore delle campagne di Rete italiana pace e disarmo, sono
noti più di 30 casi che hanno rischiato di provocare un'esplosione o un
conflitto nucleare che poi non è accaduto semplicemente per fortuna, o per
opera della Provvidenza a seconda dei punti di vista, o per la saggezza degli
operatori come il colonnello russo Petrov che nel 1983 non fece partire la
risposta automatica a ciò che sembrava un attacco nucleare Usa.
Oggi ci troviamo a pochi giorni dalla scadenza il 5
febbraio del Trattato strategico New START, che prevede dei limiti alle
capacità nucleari di Russia e Stati Uniti e un preciso sistema di scambio di
informazioni, monitoraggio e ispezioni a garanzia della trasparenza delle parti
nel rispetto dell’accordo.
Se verrà meno
anche questo ultimo accordo tuttora vigente tra le due maggiori potenze
nucleari entreremo “in un pericoloso vuoto strategico”, come afferma
l’ambasciatore Carlo Trezza (numero 1 2025 di Aspenia, La terza età nucleare)
Tale vuoto si realizza nel pieno di una generale
corsa al riarmo nucleare trainato dalla nuova prospettiva inquietante di poter
arrivare a possedere un dominio totale dello strumento di devastazione in grado
di annichilire il nemico impedendogli ogni forma di risposta.
Una pretesa inaffidabile, che può essere provata una
sola volta sul campo, basata sui sistemi di intelligenza artificiale che
pongono problemi irrisolti sulle responsabilità ultime di scatenare l’attacco
decisivo.
Anche se precedenti faraonici di guerre stellari si
sono rivelati un fallimento, la primordiale idea di arrivare ad avere uno scudo
così potente da consentire l’uso della spada senza limiti, induce la corsa ossessiva
a raggiungere tale primato.
Viene meno anche il principio teorico della
deterrenza basata sulla vulnerabilità reciproca.
Siamo tornati alla fase precedente al lancio delle
due bombe su Hiroshima e Nagasaki giustificate come necessarie per evitare
milioni di morti e affrettare la fine della guerra.
Come ha osservato lo scorso 7 agosto a Nagasaki il
cardinale di Chicago Blaise Cupich «la
disponibilità dell'opinione pubblica statunitense a ricorrere alle armi
nucleari e a uccidere deliberatamente civili stranieri non è poi cambiata così
tanto dal 1945 come hanno ipotizzato molti studiosi». Un recente sondaggio citato dal cardinale conferma il
sostegno dell’opinione pubblica del suo Paese «agli attacchi nucleari in guerre
ipotetiche, nel caso tali azioni servissero a salvare la vita dei militari
Usa».
Anche allora, nel 1945, fa notare Cupich, solo in
pochi come il gesuita John Ford nel 1944 avevano condannato i «bombardamenti di
annientamento» come moralmente inaccettabili. Ma questi, una volta avvenuti,
vennero accolti senza scandalo dall’opinione pubblica dominante, compresi i
cristiani. Era quanto aveva avvertito Thomas Merton, in un libro a lungo
censurato ( “La pace nell’era post cristiana”), ravvisando una sorta di
anestesia della coscienza collettiva davanti alla tragedia atomica in forza di
una fede interiorizzata nell’ “idolo della macchina” come garanzia di salvezza.
Non si tratta di andare molto lontano nel tempo se
si pensa all’assuefazione verso la carneficina di Gaza che sembra rimossa dopo
che Trump ha detto alla Knesset di aver inviato a Netanyahu un numero
impressionante di armi che “sono state usate bene”.
A partire da questa consapevolezza alcune associazioni
e movimenti cattolici hanno cercato di superare il distacco tra la chiarezza
dell’insegnamento di papa Francesco di condanna non solo dell’uso ma anche del
possesso dell’arma nucleare e l’accettazione di fatto di questa apostasia nelle
nostre stesse comunità soggiogate dalla subordinazione al realismo politico che
non è affatto realismo ma cedimento all’utopia tragica della salvezza
attraverso la bomba.
È stata perciò avviata nel 2021 da Azione Cattolica,
Acli, Pax Christi, Comunità papa Giovanni XXIII, Focolari Italia e Agesci un
azione comune per sostenere l’iniziativa “Italia ripensaci” che chiede al nostro Paese di
aderire al Trattato Onu di abolizione delle armi nucleari del 2017. Una scelta
poi condivisa da altre 40 associazioni e movimenti compresa la Federazione
delle chiese evangeliche con il sostegno del presidente della Cei cardinale
Matteo Maria Zuppi.
Italia ripensaci è promossa in Italia da Rete
Italiana Pace e Disarmo che è parte della Campagna Internazionale per
l'Abolizione delle Armi Nucleari (Ican- International Campaign to Abolish
Nuclear Weapons), Nobel per la Pace 2017.
Una richiesta di adesione al Trattato del 2017 che
non ha avuto finora un riscontro istituzionale anche perché sul nostro
territorio sono presenti decine di bombe nucleari statunitensi nelle basi aeree
di Ghedi a Brescia e Aviano nel Friuli in forza di un accordo segreto risalente
agli anni '50.
Eppure centinaia di consigli comunali sono a favore
dell’adesione al Trattato e il Parlamento, con una risoluzione votata
all'unanimità, aveva impegnato il governo a partecipare almeno come osservatore
alle conferenze degli Stati parte del trattato del 2017 entrato in vigore il 22
gennaio 2021.
I referenti di associazioni e movimenti si erano
dati appuntamento per un’ assemblea comune nella sede nazionale dell’Azione
Cattolica il 26 febbraio 2022, ma come sappiamo due giorni prima, il 24, la
crisi sul confine ucraino è precipitata nell’invasione decisa da Putin che ci
ha posto tutti davanti ad un dilemma lacerante, aggravato dalla mancanza di una
soluzione diplomatica che protrae la guerra fino ad oggi con sofferenze
indicibili e un numero di vittime così spaventosamente alto da restare segreto.
Su quel teatro di guerra vengono inviate anche dai
nostri alleati le mine antipersona messe al bando da una convenzione
internazionale del 1997 che ha visto l’Italia in prima fila grazie
all’obiezione di coscienza delle operaie della Valsella di Brescia e della
scelta coraggiosa dell’imprenditore Vito Alfieri Fontana.
Per rendersi conto della progressiva accettazione
della cultura della guerra come inevitabile, possiamo ricordare che il primo
giugno 2023, presso la Camera dei
deputati, è stata promossa dalla rete delle associazioni cattoliche una
conferenza stampa per ribadire l’istanza di “una Repubblica libera dalla guerra
e dalle armi nucleari”. Ma proprio il
giorno prima il governo con il decreto sul made in Italy aveva rimosso il divieto di esportazione di
missili e bombe dirette in Arabia Saudita, rendendo vana una delle poche
conquiste raggiunte politicamente dalla società civile che era riuscita a dare
attuazione nel caso specifico alla Legge
185 del 1990.
Nel vuoto diplomatico che può condurre il mondo
intero al punto di non ritorno è importante ricordare che la Santa Sede
nel novembre 2017 ha ospitato il
simposio internazionale "Prospettive per un mondo libero dalle armi
nucleari e per un disarmo integrale", organizzato dal Dicastero vaticano
per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale.
In quella sede papa Francesco ha citato il passaggio
della Pacem in Terris di Giovanni XXIII dove si afferma che «L’arresto agli armamenti a scopi bellici, la
loro effettiva riduzione, e, a maggior ragione, la loro eliminazione sono
impossibili o quasi, se nello stesso tempo non si procedesse ad un disarmo
integrale; se cioè non si smontano anche gli spiriti, adoprandosi sinceramente
a dissolvere, in essi, la psicosi bellica» (Lett. enc. Pacem in terris, 11
aprile 1963, 61).
L’iniziativa della società civile italiana mira a
contrastare tale “psicosi bellica” sostenuta dai maggiori mezzi di informazione. La pretesa è molto alta perché richiede al
nostro Paese di non percepirsi come una funzionale piattaforma logistica della guerra che viene,
ma il luogo centrale, con Roma, di un’iniziativa di dialogo mondiale per
scongiurare l’autodistruzione del mondo.
E questa missione necessaria per rilanciare il ruolo
delle Nazioni Unite potrà avvenire proprio perché non è basata sulla minaccia
delle armi ma da una forza disarmata e disarmante.
Foto Ansa










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