martedì 14 maggio 2024

La pace tra realismo e tensione utopica. Dialogo con Giuseppe La Porta

 


Migliaia di militari saranno schierati a metà giugno in Puglia a protezione dei lavori del G7 in programma a Borgo Egnazia, vicino Fasano, per timori di attentati e contestazioni verso un meeting esclusivo ma che si presenta come informale tra i vertici di Italia, Canada, Francia, Germania, Giappone, Regno Unito e Stati Uniti d’America e quelli dell’Unione Europea.

È già fitta l’agenda di un G7 alternativo che ha avuto già un suo primo momento nella marcia organizzata il 14 arile 2024 da Foggia all’aeroporto militare di Amendola. Ne parliamo con Giuseppe La Porta del coordinamento Capitanata per la pace che ha organizzato la marcia e la serie di incontri che hanno preceduto la manifestazione itinerante. 

 Quale è la finalità principale della vostra azione?

Promuovere il disarmo anziché la corsa agli armamenti, educare alla pace e ai diritti umani anziché propagandare la guerra, favorire un'economia sociale e solidale anziché un'economia di guerra e rispettare i diritti umani e le minoranze anziché l'autoritarismo. Tutte proposte concrete che potrebbero contribuire a costruire un mondo più pacifico e giusto.

 

Cosa significa, per il vostro territorio, l’aeroporto militare di Amendola?

Molti di noi ricordano come nel 1999, nell'Operazione "Allied Force" della NATO (non autorizzata dall'Onu) contro la Jugoslavia di Milosevic per le uccisioni e le violenze contro gli albanesi del Kossovo, proprio da Amendola partivano gli aerei belgi ed olandesi che andavano a bombardare Belgrado ed altre città serbe. Fu allora che organizzammo le prime iniziative di protesta davanti alla base e poi nel 2002 si svolse la prima marcia Emmaus-Amendola.

Hai un ricordo personale di quell’epoca?

Certo. In quei giorni di 25 anni fa, in classe con i miei studenti, sentivamo sulle nostre teste il rombo dei caccia che, decollati da Amendola, viravano sul cielo di Foggia prima di dirigersi verso i Balcani. Un'esperienza agghiacciante. E fu proprio in seguito a quei bombardamenti della NATO che le stragi degli albanesi e la pulizia etnica aumentarono...

 

E oggi?
Amendola ospita i costosissimi aerei F35, potenzialmente armabili con missili a testata nucleare, circostanza che suscita timori per la sicurezza a livello sia provinciale che regionale.
La Base funge, inoltre, da centro di controllo, di comando e di addestramento "di eccellenza" per i droni, “armi disumanizzate e disumanizzanti” perché, per il loro uso in operazioni militari a distanza, spersonalizzano ancora di più la guerra e rendono più "asettica" l'uccisione, non solo dei "nemici", ma, come sempre più frequentemente avviene, dei civili.

È anche inevitabilmente un luogo di esercitazioni militari…

 
Infatti ad Amendola si sono anche addestrati, nell’esercitazione “Falcon Strike 2021” , i piloti israeliani degli F35, magari quegli stessi che in questi mesi hanno causato e stanno causando una carneficina o, più propriamente, un genocidio nella Striscia di Gaza.

 

Vi siete imbattuti con il divieto imposto di arrivare all’ingresso dell’aeroporto…

È il terzo anno che accade e lo reputiamo una restrizione ingiustificata e un impedimento al nostro diritto di esprimere pacificamente le nostre opinioni. Abbiamo avuto però la nota positiva della presenza nella tappa finale della marcia, vicino la recinzione della base,  della sindaca di Foggia, Maria Aida Episcopo e dell'assessora Daniela Patano nella tappa finale, accanto alla recinzione della base. Il sindaco di Corato, Corrado De Benedittis, ha preso parte dall'inizio alla manifestazione.

Come rispondi a chi afferma che manifestare non serve a nulla se non si è capaci di fare proposte alternative credibili?

Innanzitutto parto da un’autocritica. Come giustamente disse Alex Langer, politico e pacifista altoatesino, i movimenti per la pace devono sforzarsi di essere sempre meno costretti ad improvvisare per reagire a singole emergenze ed attrezzarsi invece a sviluppare idee e proposte forti, capaci di aiutare anche la prevenzione, non solo la cura di crisi e conflitti. Vorrei perciò richiamare alcune delle diverse proposte presenti nel nostro documento di convocazione della Marcia.

Cosa chiedete in pratica?

L’assistenza alla popolazione di Gaza e il rifinanziamento dell’UNRWA (l’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l'occupazione dei profughi palestinesi nel vicino oriente, ndr). La promozione di conferenze di Pace dell’ONU per le regioni in guerra.
Il diritto di asilo a dissidenti, obiettori di coscienza, disertori.
La ratifica dell’Italia del Trattato ONU di messa al bando delle armi nucleari. La difesa della trasparenza sull’export di armi italiane
la riduzione delle spese militari a favore della spesa sociale, per la tutela ambientale e per una difesa civile nonviolenta.
Ora, tutto sta ad intendersi su cosa significhi “proposte credibili”.

 Appunto, sono tutte istanze importanti ma difficili da realizzare.

È chiaro che nel pacifismo c'è un'insopprimibile tensione utopica, ma è anche vero, per dirla con il filosofo Ernst Bloch, che "nulla è più umano del superare ciò che è".

Riprendo allora, per esempio, la proposta della "ratifica dell'Italia del Trattato ONU di messa al bando delle armi nucleari", entrato in vigore nel gennaio 2021, ma non firmato dall'Italia, perché è membro della NATO ed "ospita" nelle basi di Aviano e Ghedi decine di bombe nucleari Usa. A scuola, in più classi, ho varie volte fatto questo semplice sondaggio: chi è d'accordo che l'Italia firmi questo Trattato? Di dissidenti, quasi zero. E sono sicuro che, se sulla questione si potesse fare un referendum (e non si può fare), la stragrande maggioranza degli italiani e delle italiane lo sottoscriverebbe. Qui si pone, come si vede, anche un problema di rappresentatività democratica delle scelte dei nostri governi.

 C’è poi la richiesta della difesa della trasparenza sull'export di armi italiane…  

 L'attuale governo ha promosso una riforma della L. 185/90, che riguarda tale questione, rendendo l'export più opaco e meno rintracciabile il ruolo delle banche che lo finanziano. Non è credibile opporsi a questa “controriforma”?

Ma è l'ultima proposta quella su cui mi vorrei maggiormente fermare.

 Cioè?

 La richiesta dell'istituzione di una "difesa civile non violenta", la vera, grande assente nel dibattito pacifisti-"realisti" riapertosi dal giorno dell'invasione russa. Cito gli studi compiuti dalle ricerche di Erica Chenoweth, docente all'università di Harvard, che ha analizzato gli esiti di 325 campagne nonviolente di massa e di 303 campagne classificate come violente, tutte svoltesi tra il 1900 e il 2019. I successi della resistenza civile rispetto a quella armata sono stati del 59% contro il 27% nelle lotte interne antiregime, e il tasso di mortalità è stato di 1 a 22; in quelle contro l’occupazione di un Paese il successo della resistenza civile è stato del 41%, contro il 10% della resistenza armata. Dati interessanti, vero?

Puoi fare degli esempi di casi storici?

 C’è sempre quello luminosissimo di Gandhi nella lotta per l'indipendenza dell’India dal colonialismo britannico che ha evidenziato il potenziale della nonviolenza nel lottare per la libertà e nel generare cambiamenti significativi.  A proposito della resistenza danese durante l’occupazione nazista – Hannah Arendt ebbe modo di scrivere ne La banalità del male – “si dovrebbero tenere lezioni obbligatorie in tutte le università ove vi sia una facoltà di scienze politiche, per dare un’idea della potenza enorme della nonviolenza”.

 Ma come lo si può declinare nei conflitti attuali?

Nello specifico scenario russo-ucraino, in Donbass, territorio segnato dalla contrapposizione fra gruppi di lingua russa e ucraina, sarebbe stata necessaria la presenza dei Corpi Civili di Pace da ben prima del 2014, vero anno di inizio della “guerra”. Queste forze avrebbero potuto favorire il dialogo e la collaborazione tra le parti, in vista del fine sovraordinato della pace, impedendo così l’escalation del conflitto sino alla tragica situazione odierna.

 Tra i promotori della marcia c’è anche l’Ambasciata di Pace-Palazzo Dogana di Foggia. A cosa di riferisce?
Palazzo Dogana è la storica sede della Provincia di Foggia e il luogo dove si riscuotevano i proventi della transumanza e si giudicavano e componevano i conflitti tra pastori e contadini. È  stato riconosciuto nel 2013 “Monumento e sito messaggero di una Cultura di Pace” dall’Unesco per essere stato, nei secoli, punto di riferimento per i popoli dell'Italia meridionale, ma già nel 2003 (l'anno della seconda Guerra del Golfo) una delibera dell’allora giunta provinciale ha eretto idealmente Palazzo Dogana ad "Ambasciata di Pace" per favorire la promozione sul territorio di una cultura di pace intesa come diritto/ dovere all'accoglienza, al dialogo e alla valorizzazione delle differenze per una trasformazione nonviolenta dei conflitti.

Cosa rispondi a chi dice che parlare di pace oggi aiuta l’autocrate Putin contro l’Ucraina che deve essere aiutata militarmente nella difesa dall’attacco russo?

Rispondo citando innanzitutto la frase di Gino Strada che abbiamo scelto per la XI Marcia per la pace Emmaus-Amendola del 14 aprile: "Le guerre appaiono inevitabili, ma solo quando non si è fatto nulla per evitarle". Non solo non si è fatto quasi nulla per evitare questa guerra, ma si è anche accuratamente evitato di perseguire la strada dei negoziati di pace, addirittura bloccandoli - è la testimonianza dell'ex premier israeliano Naftali Bennett - quando a marzo 2022 la via di un accordo tra Putin e Zelensky sembrava possibile, ma fu fatto fallire da Biden e dal premier inglese BorisJohnson .

Come pacifisti, il nostro obiettivo finale è "cacciare la guerra dalla Storia" e non vedo come esso possa essere approssimato alimentando le guerre ed il loro carico di dolore, di morte e di distruzione. Vorrei ricordare un'affermazione del filosofo B. Russell: "Nessuno dei mali che si vuole eliminare con la guerra è un male così grande come la guerra stessa". Questo non significa naturalmente assolvere Putin dalla sua enorme e criminale responsabilità storica e politica di aver riportato la "guerra grande" in Europa. Se vogliamo un mondo di pace, dobbiamo attuare azioni di pace, non di guerra, secondo l'efficace metafora gandhiana del rapporto, di necessaria coerenza, tra il seme che piantiamo e l'albero (la società) che vogliamo ottenere, tra i mezzi e il fine.

È in gioco anche un problema di credibilità della nostra democrazia, dato che vari sondaggi, sin dai primi mesi della guerra russo-ucraina, hanno mostrato che la maggioranza degli italiani e delle italiane è sempre stata contraria - ben conscia dei rischi di un'escalation che non può escludere  il rischio concreto di un conflitto nucleare - all'invio delle armi all'Ucraina. Eppure non tutti/e hanno considerato anche il fatto che, con questa scelta l'Italia è diventata giuridicamente un paese di fatto "cobelligerante". Eppure la nostra Costituzione, nell'art. 11 "*ripudia* la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali". Il "ripudio della guerra non vieta solo la partecipazione a conflitti armati - se non per la necessità di rispondere ad un attacco armato sul territorio italiano, precisa Lorenza Carlassare, professore emerito di  Diritto costituzionale a Padova - ma pure l'aiuto ai paesi in guerra: il commercio [e la fornitura] di armi con tali Paesi è illegittimo".

Abbiamo inviato armi per oltre due anni, e a cosa è servito? È certo servito a far arricchire i produttori e i mercanti di armi, ma soprattutto a far morire sempre più civili e soldati dei due fronti contrapposti, in una situazione di escalation militare che non esclude affatto la possibilità di un olocausto nucleare, come denunciato dal Segretario dell'ONU Guterres. Invece di armi, e di aumentare al 2% del PIL le spese militari, come chiesto dalla NATO, diffondiamo il messaggio che l'Italia è disponibile ad accogliere gli obiettori di coscienza, i renitenti, i disertori russi ma anche ucraini, perché, come è stato detto, "per far finire le guerre è necessario innanzitutto non farle".

 Se posso infine aggiungere un'ultima considerazione, l'Italia ha continuato ad inviare armi ad Israele anche dopo l'inizio della sua risposta - che oggi si può definire "genocidaria" - all'orrendo attacco del 7 ottobre, contrariamente a quanto riferito da rappresentanti del governo italiano. E questo viola platealmente la L.185/90, che riguarda le norme sull'esportazione di armi e che le attuali forze di maggioranza vorrebbero purtroppo fortemente depotenziare, e che vieta espressamente tale esportazione verso Paesi "in stato di conflitto armato".

La provincia di Foggia compare all’ultimo posto nella classifica della qualità della vita. Una foto che farebbe supporre una presenza molto bassa della società civile organizzata, mentre un recente manifestazione di Libera e ora questa marcia racconta una diversa storia. Qual è la situazione effettiva a tuo parere?

 Il nostro è un territorio certamente caratterizzato da preoccupanti indicatori di povertà economica ed educativa, ma, a detta anche di persone nate e vissute in contesti territoriali centro-settentrionali ed ora residenti a Foggia, la realtà associativa del capoluogo è molto ampia, vivace e differenziata. Conosco poi personalmente anche la situazione di San Severo e San Giovanni Rotondo ed anche in questi Comuni la situazione è piuttosto simile. Forse la difficoltà maggiore è quella di saper fare rete, di avere la capacità di superare una sorta di "individualismo associativo" che a volte impedisce una più efficace capacità di incidere nel tessuto sociale. Vorrei però citare due esempi che vanno in direzione diversa: la nutrita Consulta delle Associazioni a San Severo e la Consulta Provinciale per la Legalità, che ha sede nel palazzo della Provincia ed è una delle sole tre Consulte di questo tipo in Italia.

Per quanto attiene alla sensibilità e all'impegno per la pace nella città capoluogo, non posso non ricordare una serie di realtà che hanno operato e operano in tal senso. A partire dagli anni Settanta, la comunità salesiana della parrocchia del Sacro Cuore, in cui si dispiegò l'opera di grandi figure di sacerdoti e di educatori e che favorì la nascita del primo gruppo organizzato e “politico” di obiettori di coscienza. Negli anni Ottanta e nella prima metà dei Novanta, la sezione foggiana del Movimento Nonviolento, il movimento Insegnanti per la pace, l'Osservatorio Jugoslavia. A cavallo del passaggio di secolo, il Coordinamento contro la Guerra (nato nel 1999, come risposta alla guerra della NATO contro la Jugoslavia di Milosevic) ed il Coordinamento Obiettori di Coscienza alle Spese Militari, che entrò a far parte del Coordinamento politico nazionale della omonima Campagna. Non fu perciò un caso che, per qualche anno, il numero di "obiettori fiscali" della provincia  - praticanti certo in grande maggioranza la versione più "soft" dell'obiezione, quella cioè che non si traduceva in un atto di disobbedienza civile - fu il più alto in Italia, superando anche quella di Milano, sede centrale della  Campagna.

Negli anni Dieci, poi, la nascita dell'Ambasciata di Pace, di cui si è detto, e dopo l'inizio dell'invasione dell'Ucraina quella del Coordinamento provinciale Capitanata per la pace, promosso dalla suddetta Ambasciata.

Posso perciò concludere affermando che, nei decenni, si è seminato abbastanza. Il problema, come in altri luoghi, è quello di coinvolgere organicamente le fasce giovanili, che partecipano alle iniziative solo in date circostanze e situazioni.

Non avverti una certa assuefazione della società verso la deriva bellica?

Certamente. Vorrei partire dai miei ricordi di gioventù, quando gli stati europei occidentali, almeno loro, le guerre non le facevano, o ne facevano poche. È stata la Guerra del Golfo del 1991, contro l'Iraq di Saddam Hussein che aveva invaso il Kuwait, a riportare pienamente la guerra nell'orizzonte politico delle possibilità. Dopo quella, anche per ragioni geopolitiche che qui non è il caso di analizzare, è come se si fosse aperto un varco: guerre Jugoslave, Somalia, Kossovo, Afghanistan, Iraq, Siria, Libia...Questo, secondo me, ha contribuito al fenomeno dell'assuefazione, che si è visto chiaramente già dopo alcuni mesi dall'inizio dell'invasione russa dell'Ucraina. Le nostre stesse riunioni settimanali, come Coordinamento Capitanata per la pace, all'inizio dell'estate 2022 erano già molto meno partecipate. Certamente, la durata del conflitto, la sua apparente staticità in termini militari, la percepita ripetitività delle notizie hanno favorito un processo di desensibilizzazione e di "stanchezza da guerra" nell’opinione pubblica. Qualcosa, anzi più di qualcosa, è certamente cambiato dopo il 7 ottobre, anche perché il conflitto israelo-palestinese è sempre stato di quelli più capaci di attivare reazioni e mobilitazioni.

 

 Naturalmente, poi c'è tutta la questione della totale assenza di mobilitazione per le "guerre dimenticate", che sarebbe il caso di chiamare innanzitutto "sconosciute". Il problema è che così questi conflitti diventano meno importanti e urgenti anche per gli organismi internazionali e le diplomazie - naturalmente tranne quelle direttamente o indirettamente coinvolte - per cui esse durano di più, esprimono più ferocia, provocano più morti, devastazioni e flussi di migranti (che quindi arrivano da noi nella nostra più totale ignoranza di cosa accade "a casa loro", dove qualcuno dice retoricamente di volerli aiutare).

 Perché avete deciso di partire dalla Comunità Emmaus?

 Sin dalla sua prima edizione del 2002 la marcia verso Amendola è partita da lì. Mi piace rispondere con quanto postato sulla sua pagina Facebook da Linda Maggiori, scrittrice, giornalista e attivista per l’ambiente, una delle protagoniste del Convegno che ha preceduto la marcia il 13 aprile: “Bellissima questa marcia per la pace Emmaus –Amendola! Ho conosciuto persone fantastiche che lottano nei loro territori per la pace e l'ambiente. Ho camminato insieme a loro da Emmaus ad Amendola, due opposti, due luoghi simbolici divisi solo da 9 km. Da una comunità di speranza e accoglienza al secondo aeroporto militare più grande d'Europa, da cui partono gli F35 e i famigerati droni per le guerre del mondo! Da dove si cura la vita a dove si prepara la guerra. Teniamo alta la speranza anche quando tutto fa temere il peggio.”

martedì 30 aprile 2024

Il dilemma della chiamata alle armi, dialogo con Guido Panvini su Cattolici e violenza politica

 


Risale al 2014 la pubblicazione del testo “Cattolici e violenza politica. L'altro album di famiglia del terrorismo italiano” con cui lo storico Guido Panvini ha analizzato, in profondità, le radici culturali che hanno giustificato, nel secondo dopoguerra, l’uso della violenza da parte di militanti di destra e di sinistra provenienti da ambienti cattolici.

 La formula “uccidere senza odio” risale alla giustificazione dell’obbedienza dovuta all’autorità civili nel primo come nel secondo conflitto mondiale ed è stata adottata anche, pur nel tracollo delle istituzioni, nella lacerante scelta della lotta di liberazione dal nazifascismo. 



Una costante interrotta esplicitamente dall’insegnamento di don Primo Mazzolari che, nel 1941, rispondendo ad un giovane aviatore, riconosceva il dovere della rivolta verso gli ordini ingiusti. Mazzolari arrivò nel 1955 al rifiuto assoluto della violenza con il testo “Tu non uccidere” che, pur fatto ritirare dal sant’Uffizio, ha influenzato, nel 1963, la svolta epocale dell’enciclica “Pacem in Terris” di papa Giovanni XXIII.

Il dilemma sulla decisione estrema di “uccidere” è sempre più attuale nei Paesi in guerra e in quelli che si preparano alla possibile escalation aumentando gli effettivi dei riservisti e ripristinando la coscrizione obbligatoria. Non è più, quindi, una questione teorica o di interesse storiografico, tanto che il Movimento Nonviolento propone, a prescindere dall’età, di inviare una dichiarazione preventiva di obiezione di coscienza all’uso delle armi.

 Abbiamo perciò intervistato il professor Guido Panvini, ricercatore presso il Dipartimento di scienze sociali ed economiche della Sapienza di Roma, per avere il suo parere aggiornato davanti ai dilemmi di questi ultimi tempi.

 Dal suo testo sembra emergere la radice della legittimazione morale dell'uso della violenza politica nell’ambito tradizionalista di destra per poi essere adottato con finalità opposte dai giovani di sinistra degli anni 70.  É cambiato qualcosa in questi anni, a suo parere, nel definire una volta per tutte il ripudio della guerra? Oppure si tratta ancora di una questione controversa come dimostra il caso dell’invasione russa dell’Ucraina?

 Direi che non c’è una filiazione diretta tra la legittimazione della violenza nella cultura cattolica tradizionalista e in quella messa in campo da alcune correnti del cattolicesimo progressista più radicale negli anni Sessanta e Settanta. Direi piuttosto che c’è una circolazione di temi, culture e interpretazioni teologiche che ritornano, declinate in modo diverso, in tanti attori politici e sociali del cattolicesimo italiano. Il caso più significativo è la similitudine della giustificazione teologica della violenza nell’antifascismo e nell’anticomunismo cattolici, spesso mediata dall’antitotalitarismo che rappresenta il principale veicolo di trasmissione per la giustificazione della resistenza, anche armata, contro la tirannia. Qui arriviamo al punto: le similitudini dei processi argomentativi sono la diretta conseguenza delle contraddizioni che la secolare dottrina della Chiesa mostra nei confronti della violenza, in rarissimi casi, perfino oggi, ritenuta lecita di fronte alla minaccia dell’aggressione esterna e come ultima ratio contro una tirannia spietata e totalitaria. C’è stata sicuramente un’evoluzione del magistero sul tema della guerra e della violenza, condannate sempre senza ambiguità negli ultimi pontificati; tuttavia, il nodo non è stato mai del tutto sciolto, direi per tutta la cristianità, come ben dimostra la guerra in Ucraina.

 Quanto ha inciso l'obbedienza dovuta con il primo conflitto mondiale che ha segnato la legittimazione dei cattolici nello stato unitario? E come si spiega l'obbedienza dovuta pure al regime fascista nella seconda guerra mondiale?

La questione dell’obbedienza ha sicuramente pesato molto più delle ambivalenze verso il tema della giustificazione teologica della violenza contro la tirannia. La prima guerra mondiale e il sostegno della Chiesa al fascismo sono, da questo punto di vista, un caso paradigmatico. Molto più problematico il rapporto della Chiesa con il nazismo: i cattolici, a differenza, dei protestanti avendo avuto un’autorità alternativa a quella dello Stato totalitario hanno potuto contare su un punto di riferimento diverso che ha sollecitato le coscienze inquiete di molti fedeli. Certamente le ricerche storiche più recenti hanno mostrato, a mio parere personale, quante ambiguità e reticenze la Chiesa di Roma ha mostrato nei confronti del genocidio degli ebrei, ma è indiscutibile il potenziale di conflitto che divideva i cattolici dai seguaci di Hitler. Questo a dimostrazione di quanto la questione dell’obbedienza abbia pesato in altri contesti per legittimare guerre e massacri di massa. Quanto avrebbe pesato l’invito della Chiesa a disobbedire all’autorità costituita nel delegittimare la guerra? È impossibile non porsi questa domanda.

Che impronta ha lasciato la guerra di Liberazione che paradossalmente ha generato il dettato costituzionale dell'articolo 11?

La lotta di Liberazione ha lasciato un’eredità contraddittoria, direi non solo in Italia, ma in tutta l’Europa liberata dal nazi-fascismo. È possibile pensare un pacifismo assoluto? La nonviolenza e la scelta della pace sono ancora pensabili dopo la tragedia imposta al mondo intero dai fascismi? La storia della seconda metà del Novecento sembrerebbe indicare un percorso positivo, facendo emergere un nesso molto stringente tra pace e democrazia, ma quelle domande di fondo sono rimaste insolute: gli spezzoni di cattolicesimo politico e sociale che legittimarono negli anni Sessanta e Settanta la scelta della violenza spesso provenivano da un pacifismo assoluto, da cui si distaccarono attraverso, però, un percorso coerente di argomentazioni e scelte politiche. Direi che tra la scelta della violenza e quella della nonviolenza esistono diverse interconnessioni che spesso non vengono colte al primo sguardo. È il contesto a fare la differenza e dunque l’eredità della Resistenza resterà, giustamente, un’eredità irrisolta. Quello che vale per noi oggi in Italia come riposta, vale anche in Ucraina?

Cosa impedisce oggi un invito generale all'obiezione di coscienza rivolto ai cristiani a cominciare da Russia e Ucraina?

 Qui entriamo in un ambito spinoso, perché stiamo parlando di diverse fedi cristiane che con il tema della violenza hanno sviluppato storicamente un rapporto peculiare, senza contare i processi di secolarizzazione che hanno investito sia la Russia che l’Ucraina, nonostante il rapporto con la religione in entrambi i Paesi sia molto diverso rispetto all’epoca sovietica. Nel caso dell’Ucraina, inoltre, sembra prevalere una legittimazione teologica della violenza che si richiama tradizionalmente al diritto di resistenza contro l’aggressione esterna. Certamente questo è un argomento molto manipolabile. In Russia, infatti, si fa altrettanto, poiché diversi esponenti della chiesa ortodossa russa hanno presentato la guerra di Putin come una guerra di difesa contro l’aggressione occidentale.

Sembra di poter dire: nulla di nuovo sotto il sole….

Si tratta, infatti, dello stesso dispositivo retorico utilizzato dalle diverse chiese cristiane per legittimare la partecipazione delle proprie nazioni al grande massacro della prima guerra mondiale. Bisogna, quindi, porre attenzione ai contesti storici e sociali piuttosto che alle procedure argomentative e teologiche in sé. Sarebbe difficile, infatti, sostenere il diritto all’obiezione di coscienza in un Paese, come l’Ucraina, oggettivamente vittima di un’aggressione, dove la giustificazione della guerra, in ambito cristiano, è passata attraverso la riflessione teologica che ne legittimava l’uso nella duplice funzione di resistenza contro la tirannia e contro l’invasione di un nemico esterno. Tant’è che l’obiezione di coscienza, leggiamo in molti reportage provenienti dall’Ucraina, si associa spesso alla scelta di resistenza nonviolenta, come il lavoro nelle retrovie, a servizio della popolazione colpita dalla guerra e dalla miseria e in tante altre forme. Faccio notare che i dispositivi che giustificano l’obiezione di coscienza sono spesso molto simili a quelli della giustificazione cristiana della resistenza, anche armata. Non bisogna scordare che l’intera riflessione teologica, passata attraverso le tragedie del ‘900 e arrivata fino a oggi, ha fatto molto per delegittimare guerra e violenza, ricordandoci però che, sempre a mio parere, sono problemi insolubili per l’uomo.

 

 Pubblicato su cittanuova.it

lunedì 29 gennaio 2024

Giornata della Memoria. Andare alle radici della cultura dello sterminio

 


 Viviamo questa giornata in un tempo di smarrimento e di profonda contraddizione. La memoria che celebriamo deve offrirci la misura con cui guardare il mondo ponendoci sempre dalla parte delle vittime.  

Ho cominciato quest’anno attraversando di notte la strade di Gorizia nella marcia silenziosa per la pace tra Italia e Slovenia. 



Abbiamo sostato a lungo davanti alla sinagoga della  comunità ebraica che è interamente scomparsa durante la seconda guerra mondiale, pur essendo gli ebrei strettamenti legati alla storia mitteleuropea di quella città che è il simbolo della “inutile strage” della cosiddetta “grande guerra”. Migliaia di giovani mandati al macello in nome di una certa idea di patria.  


Mi ha sempre colpito il fatto che l’annuncio della promulgazione delle leggi razziali in Italia sia avvenuta nel settembre 1938 con il discorso di Mussolini nella bellissima piazza aperta al mare di Trieste a pochi metri del molo Audace che segnava nel 1918 la fine della prima guerra mondiale. 

In quella città elegante e ricca di cultura una fabbrica che produceva del cibo, la risiera di San Sabba, è diventata un campo di concentramento con tanto di rudimentale forno crematorio.  


Il primo gennaio sono, poi, arrivato a Bologna dove in piazza Maggiore i rappresentati della società civile, il comunità ebraica e di quella islamica oltre alle confessioni cristiane e il comune hanno espressa una chiara adesione al ripudio della guerra e della violenza.

Come sappiamo la ricorrenza del Giorno della Memoria del 27 gennaio è legata alla data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, nel 1945, da parte dell’Armata Rossa. 

È stata istituita solo recentemente in vari Paesi europei e in Italia con lalegge 211 del 20 luglio 2000 come dice l’articolo 1, «al fine di ricordare la Shoah, le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati».

Cerimonie come questa di oggi sono promosse per conoscere e riflettere «su quanto è accaduto al popolo ebraico e ai deportati militari e politici italiani nei campi nazisti in modo da conservare nel futuro dell’Italia la memoria di un tragico ed oscuro periodo della storia nel nostro Paese e in Europa, e affinché simili eventi non possano mai più accadere».


Come ha messo in evidenza il presidente Mattarella nel discorso pronunciato ieri 26 gennaio al Quirinale «non si deve mai dimenticare che il nostro Paese, l’Italia, adottò durante il fascismo – in un clima di complessiva indifferenza -  le ignobili leggi razziste: il capitolo iniziale del terribile libro dello sterminio; e che gli appartenenti alla Repubblica di Salò collaborarono attivamente alla cattura, alla deportazione e persino alle stragi degli ebrei».

Mattarella ha citato un intervento di Primo Levi del 1973  che diceva così: «La storia della deportazione e dei campi di concentramento non può essere separata dalla storia delle tirannidi fasciste in Europa: ne rappresenta il fondamento condotto all’estremo, oltre ogni limite della legge morale che è incisa nella coscienza umana».


Alcuni avevano proposto, a ragione, di scegliere come data di questa giornata di memoria dell’orrore il giorno 16 ottobre che è quel sabato del 1943 in cui avvenne il rastrellamento nel quartiere del ghetto ebraico di Roma.

La prima consapevolezza che dovremmo cercare di far emergere nelle nostre coscienze è la facilità estrema in cui si può entrare in quella zona grigia fatta di indifferenza dove man mano scompare la percezione del dolore e anche del volto dell’altro.

E questo vale con uno sguardo verso la realtà dei nostri giorni, perché come ha detto sempre Primo Levi «Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto può ritornare, le coscienze possono nuovamente essere sedotte ed oscurate: anche le nostre».

Per questo motivo dobbiamo far conoscere coloro che testimoniano un segno di luce nella notte.

Credo che a Ciampino dovremmo mettere in evidenza e valorizzare l’intitolazione del liceo scientifico a Vito Volterra, uno dei pochissimi professori universitari (18 su oltre 1200) che nel 1931 rifiutò di prestare giuramento di fedeltà al fascismo.


Con alcuni amici abbiamo promosso qui a Ciampino un’associazione intitolata a Teresio Olivelli, un giovane partigiano giunto alla scelta di ripudio del fascismo dopo una fiduciosa adesione al regime. Olivelli, che con i suoi compagni si definiva ribelle non per odio ma per amore, trovò la morte di stenti in un campo di concentramento nel 1945 per aver difeso i compagni di prigionia dalla tortura.

Credo perciò che un percorso che inizia oggi con il 27 gennaio possa trovare una data ulteriore nel 6 marzo dopo che anche l’Italia nel 2017 ha istituito questo giornata in onore dei Giusti dell’umanità, cioè di coloro che in ogni parte del mondo, hanno salvato vite umane in tutti i genocidi e difeso la dignità umana da ogni potere prevaricante. Abbiamo estremo bisogno di dare spazio alle ragioni profonde della convivenza umana, a chi decide di non essere parte di un meccanismo ingiusto.


Il 2024 è anche il centenario dell’uccisione di Giacomo Matteotti.  Un’occasione per il nostro Paese di uscire dalla rimozione delle collusioni con il fascismo  e di riconoscere il valore fondativo della nostra convivenza in chi come Matteotti, da riscoprire in particolare nella sua opposizione radicale alla prima guerra mondiale, aveva capito l’esito tragico di una tirannide capace di andare, come poi dirà Primo Levi, «oltre ogni limite della legge morale che è incisa nella coscienza umana». 

 Testo dell'intervento pronunciato sabato 27 gennaio 2024 nell'aula consiliare del Comune di Ciampino.

 

 

 

 

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