lunedì 2 gennaio 2017

La partita da giocare




Via Casilina vecchia 19, a Roma,  era la sede di un deposito operativo dell’Ama. Poche fermate di bus dalla stazione Termini, ad un passo dal Pigneto, quartiere operaio diventato spazio per locali alternativi. È un quadrante della città che mantiene spazi dell’Italia degli anni ’50, con la memoria della campagna ancora non estinta. Poca illuminazione e mezzi pieni prevalentemente di migranti.

 L’ex sede della municipalizzata della nettezza urbana  ristrutturata nel 2001 per farne un centro d’accoglienza della Caritas presenta una struttura del tipo militare come buona parte delle fabbriche, ma ora è un presidio di umanità con un emporio alimentare che è un supermercato con prodotti acquistabili con i bollini distribuiti dai centri di ascolto alle famiglie in temporanea difficoltà. Sono due trecento euro mensili spendibili su prodotti di qualità di marche riconosciute.

Appena si entra nel piazzale, sulla destra di uno dei palazzi, si vedono moderne poltrone da dentista usate da decine di professionisti che offrono parte del loro tempo di lavoro per i bisogni di cura impossibili da coprire con il servizio sanitario. E poi mi dicono che c’è molto altro, a cominciare da case di accoglienza dove poter andare a dormire per chi resta senza abitazione.

La Caritas romana intercetta un bisogno e cerca di dare risposta immediata creando luoghi di gratuità, ma tutto è un invito non tanto al buonismo quanto alla necessità di agire sulle cause della miseria. Per questo il 16 dicembre 2016, un venerdì prenatalizio ancora incerto, Slot Mob ha definito in questo luogo il perimetro di una sfida che ancora molti, pur amici, ancor non comprendono nella sua integralità perché assuefatti all’idea di poter, forse, solo raccogliere le vittime di un sistema ma non rimuoverlo dalle fondamenta. 

In quei stessi giorni, il Coni ha introdotto la beneficienza di Lottomatica nel quartiere di Corviale, il palazzo serpentone degli architetti folli, per sostenere una delle più belle esperienze di calcio solidale nate in questi ultimi anni. Serve a poco fare i moralisti e mettere alla gogna chi è indotto a cedere a tali forme di sponsorizzazioni civetta. Credevo di andare, con questi amici, a mettere due porte improvvisate davanti alla sede della Federazione Calcio per tirare due pallonate e far rivivere l’ebrezza del campetto di prataccio periferico, dove non occorre prenotare e pagare l’uso ad ore e domostrare l’oscenità di una dirigenza che vende il simbolo della Nazionale, quella che fa piangere di commozione i nostri migranti in mezzo mondo, per qualche euro di una società dell’azzardo. 

Poi alla vigilia di Natale è esploso il caso Almaviva. Avevo scritto su cittanuova.it dell’accordo rituale che serve a rimandare scelte obbligate di un sistema che non si vuole cambiare, con gli appalti al massimo ribasso e le delocalizzazioni forzate, ma, per un cavillo formale (la tenuta della procedura) sono state licenziate in tronco oltre 1600 persone, senza un movimento di coscienza collettiva capace di coagularsi per gridare un dissenso, un legame più forte della solitudine di quelle famiglie. Non si comprende che questo stato di cose alimenta la patologia del debito, dell’usura in una società piena di beni in mostra ossessiva per cui non resta altro che la fuga nella salvezza individuale della fortuna, con strade lastricate di gratta e vinci, palazzi interi come quello vicino a via Casilina vecchia trasformati in casinò. 

Sono fiere pronte a sbranare chi resta ferito sulla strada”, come ha detto don Enrico Feroci con la chiarezza del prete romano che vive tra la sua gente. Una chiarezza di analisi che manca a molti.


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