lunedì 4 maggio 2020

Cosa è cambiato davvero dai fatti di Sarajevo del 1914?


Questa lunga intervista pubblicata come Extra di Città Nuova nasce dal desiderio di confrontarci con un autorevole docente della più prestigiosa università pontificia sulla questione della disobbedienza alla guerra. 



Dialogo con René Micallef, padre gesuita, docente di teologia morale presso la Pontificia Università Gregoriana a Roma

A cura di Carlo Cefaloni e Raffaele Natalucci

Piazza della Pilotta a Roma ha la forma quadrata come il perimetro dell’antico gioco che deriva da quello spagnolo della “pelota”. Era praticato, un tempo,  in questa parte del centro storico che vede, ogni giorno, affluire studenti da ogni parte del mondo per formarsi in una delle università più autorevoli della Compagnia di Gesù, l’ordine fondato a Parigi nel 1534 dal basco Ignazio di Loyola assieme a 6 compagni animati da una radicale scelta evangelica.
Con il gesuita maltese René Micallef, docente di teologia morale che ha accettato di incontrarci, proviamo ad entrare nel merito di quella che viene appellata come “l’antica festa crudele”, la guerra giustificata in qualche modo proprio dalla teoria delle accademie prima ancora di essere praticata fino all’autodistruzione completa del genere umano sulla Terra.
Senza andare troppo lontano, partiamo dall'appello di papa Benedetto XV nel 1917 per fermare “l’inutile strage”, l’orrenda carneficina, il suicidio dell’Europa. Nonostante tale invito accorato, i cristiani hanno continuato ad uccidersi tra di loro perché erano tenuti ad obbedire all'autorità legittima. Non c’è stato un invito all'obiezione di coscienza, alla disobbedienza.

Dai fatti di Sarajevo del 1914 ad oggi è cambiato qualcosa?

Sì e no. Certamente è cresciuta la coscienza, non solo dei credenti, dell’iniquità delle guerre di aggressione. Un’altra cosa però sono gli interventi, a volte armati, che può fare la comunità internazionale per proteggere le popolazioni minacciate da genocidi o gravi violazioni dei diritti umani, e ai quali qualcuno dovrà pure partecipare. A Sarajevo ci sono stato nell’estate del 2018. Nel giro di poche ore, ho visitato l’angolo da dove è partito il tiro che ha fatto scoppiare quella folle e orrenda vicenda che chiamiamo Prima guerra mondiale, e ho anche visitato la mostra/museo sul massacro di Srebrenica, “Galerija 11/07/95”, che mostra l’orrore del non fare niente, o del fare troppo poco. Inoltre, a Sarajevo ho partecipato ad una conferenza internazionale sul tema del degrado ambientale e della meschinità della politica attuale, due fattori facili da sfruttare dai demagoghi e dai populisti di ogni etnia e colore politico, che si nutrono di paure, liti e conflitti, e amano scatenare la violenza.
A questo punto, però, vorrei fare una piccola premessa. Sono nato a Malta, ex colonia britannica, una delle zone più bombardate durante la Seconda guerra mondiale. Da un lato si discute ancora se Malta si sarebbe dovuta arrendere o meno. Dall’altro c’è l’orgoglio di mostrare la resistenza che ha fatto Malta sotto i bombardamenti. Dopo l’indipendenza il piccolo corpo delle Forze armate maltesi è stato coinvolto in alcune missioni di pace, ma non c’è mai stato l’obbligo del servizio militare. Ho vissuto in Spagna, Francia, Inghilterra e Usa. Negli Stati Uniti ho approfondito molto queste tematiche dalla prospettiva statunitense, molto diversa da quella italiana.
Sono un po’ scettico riguardo alle posizioni troppo radicali in materia, come quella dei mennoniti negli Usa, perché il tema è complesso e bisogna poter dialogare seriamente, apprezzando la prospettiva dell’altro. Per questo motivo, ho scritto anche un articolo sulla tensione che ci fu ai tempi della redazione della Gaudium et Spes, con riferimento alla parte sulla guerra e sulla pace, tra vescovi americani e vescovi francesi e italiani. Poi le cose si sono rovesciate: nell’83 i vescovi americani hanno avuto posizioni più pacifiste volendo condannare la logica di Reagan, per cui ai fini del disarmo sarebbe stato necessario prima espanderci, e convincere l’Unione Sovietica che non ce l’avrebbe fatta a competere con la Nato in una nuova corsa agli armamenti, per poi negoziare per il disarmo. Il punto mio, però, è che come moralista e come educatore cattolico, mentre ammiro e sostengo volentieri la visione pacifista o nonviolenta dell’attivista o dell’obiettore, preferisco personalmente adottare letture più complesse e posizioni più sfumate, per evitare incoerenze e rovesciamenti di posizione.




Quale logica seguì l’allora presidente statunitense?

La logica di Reagan fu quella di condurre un bluff: parlare di guerre spaziali e iniziare ad investire di più per convincere così l’altro che non ce l’avrebbe fatta, economicamente, a competere nella nuova corsa agli armamenti. Giovanni Paolo II si convinse dell’argomento di Reagan, che insisteva con lui che questo bluff, paradossalmente, serviva proprio per lanciare il disarmo. Il governo Reagan chiaramente aveva fatto molto per convincere il papa. Reagan mise in atto una vera e propria campagna, mandò anche persone del suo gabinetto per convincere il Vaticano ad isolare i vescovi americani. Ed è vero che ad un certo momento ci fu un intervento di Giovanni Paolo II per calmare le acque. Nel frattempo, i vescovi europei divennero meno “pacifisti” rispetto ad alcuni loro predecessori che parteciparono al Concilio. C’erano eserciti alle frontiere dell’Europa ma il fatto di mettere dei missili in Europa per attaccare altri Paesi era un fatto nuovo negli anni ’80. L’idea di una guerra nucleare in Europa non era ancora stata considerata prima. A questo punto i vescovi europei diventarono più cauti nel loro linguaggio sul disarmo.
Questa evoluzione è interessante. Ma dove siamo oggi? Certamente come cattolico e religioso credo nella posizione radicale: bisogna dire no alla guerra. In quando sacerdote religioso gesuita, faccio parte di una delle caste cristiane nella quale si fa la scelta radicale di vivere una vita da nonviolenti. Dall’altro lato penso che alcune cose sono cambiate dai tempi della Guerra fredda. Rimangono alcune realtà belliche “classiche”, come l’annessione della Crimea da parte della Russia, ecc., ma le guerre di espansione delle frontiere perlomeno sfacciatamente non esistono più, anche se non è che non possano tornare. C’è un’onda nazionalista e populista nel mondo che può farci tornare a quell’epoca; ci sono interventi armati che hanno scopi economici ma si presentano come guerre in difesa dei diritti umani. Nel passato avevamo guerre in cui gli Stati mettevano in campo eserciti con tutte le risorse economiche a disposizione secondo il modello clausewitziano: quando la politica non funziona, si cerca di farla finita con un gioco di forze che dura fino a che la politica non interviene a negoziare, però da una posizione di forza. Da questo modello classico, si è passati a situazioni di guerre prolungate che non sono propriamente delle “guerre”: alcuni parlano piuttosto di “conflitti” o “nuove guerre”, nei quali non c’è un’intenzione di far terminare il conflitto ma di farlo durare per lucrare dai traffici mafiosi, ad esempio il contrabbando di minerali che comporta la riduzione in schiavitù della popolazione, ecc. Si è passati dunque a conflitti prolungati, spesso gestiti da mafie e giustificati anche da motivazioni religiose. La mia domanda è: come possiamo posizionarci oggi come cristiani di fronte a tali conflitti? Questo sposta l’accento oltre la mera questione del disarmo — sebbene adesso si stia aprendo tutta una questione sulla cyber guerra, le armi laser, ecc., per cui si stanno spendendo molti soldi, e quindi c’è una nuova corsa agli armamenti più nascosta della quale bisogna pure parlare. Ma il discorso centrale sulla violenza e sul conflitto tra comunità umane va riportato ad una realtà in cui si hanno conflitti differenti dalla guerra tradizionale…

Una destabilizzazione che serve sempre ad altre finalità. Ne parla Gianandrea Gaiani nell’intervista concessa per il dossier sul disarmo di Città Nuova, sostenendo che l’interesse degli Stati Uniti è quello di provocare una guerra violentissima, causando molte vittime per poi ricostruire. Lui asserisce, da una posizione di destra, che si tratti di una volontà degli Stati Uniti di destabilizzare il potere e la crescita dell’Europa. Lei ha citato la Gaudium et spes, presumo, con riferimento al dibattito relativo al superamento del concetto di “guerra giusta”. Quando papa Francesco è andato negli Usa, ha detto di avere come riferimento 4 persone: Abramo Lincoln, sostenitore della guerra civile, Martin Luther King, sostenitore della lotta nonviolenta, ma anche Dorothy Day e Thomas Merton, entrambi considerati un riferimento per il pensiero pacifista. In particolare, Thomas Merton, secondo alcune ricostruzioni, sarebbe stato addirittura ucciso nel ’68 perché il suo pensiero era la forma più resistente contro la guerra in Vietnam dal punto di vista morale. Secondo Merton, bisognava liberarsi dall’ipoteca di sant’Agostino, dalla sua concezione pessimistica della natura umana e quindi dalla giustificazione della guerra. Sembra di poter dire che ci troviamo su un crinale della storia. Crede che sia superabile il concetto di guerra giusta anche se il concetto è rimasto all’interno del Catechismo della Chiesa cattolica?

Dal punto di vista morale si tratta di una terminologia che è problematica e contaminata, poiché l’impianto della “guerra giusta” è stato usato nella modernità per giustificare di tutto e di più. E, tuttavia, sempre dalla stessa ottica, l’impianto non è da buttare via completamente. La questione delicata è fare distinzione tra due modi di intendere la giustizia in questo ambito. Da un lato la parola “giustizia” dice una posizione radicale di una Chiesa che vuole essere luce del mondo, e proporre un’ideale che è quasi irrealizzabile: la pace vera, shalom, il vivere tutti quanti integrati ed integri, fisicamente, socialmente, psicologicamente, spiritualmente, ecc. Da questo punto di vista, la violenza e la guerra sono cose ingiuste, e dire “guerra giusta” è dire una cosa insensata.  Dall’altro lato, però, l’impianto della cosiddetta “guerra giusta” esiste proprio perché la guerra di per sé è cattiva, e serve per rendere meno ingiusto e ingiustificabile il conflitto quando diventa inevitabile.
La realtà del conflitto tra esseri umani difficilmente può essere superata. Poi uno può sognare un mondo dove regna la pace, e tentare di realizzarlo. Uno può mettersi in croce invece di usare la violenza. Uno può guardare con speranza il Cristo in croce che ci ha già salvato dal peccato e dalla violenza, e non prendere altra iniziativa di fronte all’aggressione, tranne quella di battere sul petto e riconoscere la sua complicità. Ma in questo mondo e in questo tempo, il peccato e i suoi effetti rimangono presenti. Perciò serve anche una posizione che vuole gestire la violenza nel mondo, giacché, fino a quando nel mondo esisterà il peccato ci sarà sempre chi cercherà di usarla contro gli innocenti. Come mettere, dunque, un limite per evitare che la società cada in un caos infinito? C’è su questo aspetto un dibattito sano dentro la morale: da un punto di vista pacifista radicale esistono alcuni, come i mennoniti, che non userebbero mai la violenza. In teoria, perlomeno, anche se arriva un pazzo o un terrorista con un arsenale in una scuola, il cristiano pacifista, con grande dolore, è disposto a lasciar uccidere tutti i bambini perché crede fermamente nella nonviolenza e non chiamerà nemmeno la polizia, per non provocare, con quella chiamata, l’uccisione degli assalitori. Questa è forse la posizione più teorica e radicale; pochi sono capaci di resistere alla logica di chiamare la polizia e lasciare che qualcun’ altro faccia il lavoro “sporco” e usi la violenza letale al posto loro.
Non so se molti pacifisti e obiettori di coscienza, in Italia, abbiano pensato cosa fare in una situazione del genere. Che non è un caso limite pensato a tavolino, ma un’esperienza che alcune comunità pacifiste hanno dovuto affrontare in alcune parti del mondo. Al di là delle risposte che ognuno di noi può dare, il caso è interessante, perché serve a spostare il dibattito (e la terminologia) dalla “guerra giusta” alla “pace giusta”: come possiamo noi avere condizioni di pace in cui dare la garanzia alle persone innocenti che saranno protette dalle aggressioni ingiuste? Fino a che punto possiamo noi, amanti della pace, usare mezzi non letali, o se questi non funzionano, anche dei mezzi letali, per proteggere l’innocente? Chi nella nostra società e nella nostra Chiesa può (o deve) farlo? Creiamo una casta di violenti nella società mentre gli altri ci lavano le mani e dicono di essere rigorosamente dei “nonviolenti”? Mi sembra un po’ come con il caso classico dell’usura (nel Medioevo qualsiasi prestito con interesse era considerato “usura”, e quindi peccaminoso e vietato per i cristiani): noi cristiani non prestavamo denaro con interessi finché c’erano altre persone che lo facevano. Possiamo accontentarci con una soluzione del genere?
Alcuni pensatori ammetteranno che ci possono essere delle situazioni limite in cui la violenza è ammissibile per fermare disastri come un genocidio, ma che questi casi limite non vanno pensati in teologia morale, né si deve prendere posizione su cosa fare in queste situazioni, perché la casistica che ne risulterà potrebbe essere utilizzata come argomento a sostegno della guerra. Altri invece sostengono che sia necessario discutere su questi casi limite, che non sono così rari nel mondo, e nell’ambito di tale discussione, i criteri classici della “guerra giusta” ritornano perennemente in quanto strumenti utili per capire come si può agire giustamente, o perlomeno accettabilmente, per conservare la pace in situazioni particolari. Negli Stati Uniti esistono posizioni estreme. Da un lato, ad esempio, vi sono alcune comunità che vivono l’ideale pacifista in modo radicale e abitano in disparte rifiutandosi persino di pagare le tasse per non sostenere le guerre, o i membri della Società degli amici (Quaccheri) che vanno nelle zone di conflitto per missioni di pace mettendo a repentaglio la propria vita. Dall’altro c’è chi ha una posizione realista e utilizza la teoria della guerra giusta per legittimare le crociate per democratizzare il mondo, e persino l’idea che sia legittimo iniziare una guerra per difendere gli “interessi” del proprio Paese in ogni parte del mondo. Credo che sia più saggio trovare una posizione più equilibrata, fondata sulla nonviolenza attiva, ma realistica e attenta ad offrire delle forme reali di protezione per le persone più deboli nel mondo violento nel quale viviamo.

Esiste un dibattito molto interessante tra due fratelli teologi, H. Richard e R. Niebuhr fatto nel 1932 sulla rivista The Christian Century. Il tema è l’invasione giapponese in Manciuria. I giapponesi ritenevano che avrebbero potuto fare quello che volevano, poiché il conflitto non interessava i popoli europei. I due fratelli teologi si posizionano ai due estremi. Il primo adotta una posizione pacifista: noi Stati Uniti non possiamo intervenire perché non siamo la mano di Dio che incarna la giustizia e corregge gli errori; se succede la cosa più orribile del mondo, ci penserà Dio (intervenendo in modo quasi miracoloso, o risolvendo le cose alla fine del mondo), ma, se interveniamo lì, entreremo con i nostri interessi e causeremo più danni che bene; utilizziamo invece questa esperienza per purificarci affinché, vedendo la miseria delle persone, il nostro cuore si converta. Reinhard Niebuhr, invece, insiste che non è possibile che il cristiano non intervenga in una situazione del genere: la sua visione dell'escatologia non è quella secondo cui Dio interverrà ex machina per costruire un mondo migliore, ma si basa sulla concezione per cui siamo noi che dobbiamo metterci all'opera per creare un regno umano che rispecchi il mondo divino. Per fare questo, però, secondo Reinhard, gli Usa avrebbero dovuto rischiare e intervenire per proteggere la popolazione della Manciuria. Reinhard divenne con il tempo ancor più “realista”. È noto l’influsso che ha avuto il suo pensiero su politici statunitensi come Obama.

Questo dialogo lo abbiamo presente. Il responsabile dell'Istituto Sturzo, Giovanni Dessì, ha fatto un’interessante analisi del discorso pronunciato da Obama in occasione della consegna del premio Nobel. Nell’intervento di Obama emerge la consapevolezza che la guerra non è giustificabile, ma comunque bisogna farla, accettando i limiti e le contraddizioni. La domanda però è un'altra: partiamo da una situazione specifica che è quella della Prima guerra mondiale. Noi diciamo che quella è stata una guerra legittimata da determinati interessi. Nel caso italiano, infatti, ci sono stati molti interessi da parte dell'industria e delle lobby, mentre la massa dei cattolici era prevalentemente contraria all'intervento militare ed era per la neutralità, ma alla fine ha dovuto obbedire. Nel 2003 quando lo stesso papa Giovanni Paolo II si disse contrario all’intervento americano in Iraq, “Mai più la guerra” campeggiava a caratteri cubitali sull'Osservatore Romano. Si trattava, come poi si è visto, di una guerra giustificata dalla menzogna. Quella consapevolezza doveva condurre a disobbedire. Non è tanto il fatto di essere nonviolenti in maniera generica, ma di disobbedire ad un ordine ingiusto. Prendiamo l’esempio del grande obiettore di coscienza a cui facciamo riferimento: Frans Jägerstätter, padre di famiglia, sacrestano, contadino. Dopo l’Anschluss del 1938, buona parte dell'intellighenzia cattolica austrica è a favore della guerra, compreso l'arcivescovo di Vienna. Dopo un’esperienza negativa nell’esercito, quando il 23 febbraio 1943 riceve la terza chiamata alle armi come esercito nazista, e gli viene imposto di obbedire, Jägerstätter rifiuta, non perché fosse contro il servizio militare come tale. Lui dice: «Io non obbedisco a Hitler».
Nel discorso del 1940 ai militanti dell'Azione cattolica, Pio XII dice: «Dovete obbedire legittimamente». Noi abbiamo obbedito nella Prima guerra mondiale e nelle guerre coloniali e poi, nel ’40, a un regime fascista. Eisenhower nel discorso di addio dice: «Le nostre armi sono necessarie, dobbiamo armarci, però esiste il complesso militare-industriale, per cui ci vuole una cittadinanza attiva e consapevole che possa resistere». Però dobbiamo resistere, cosa ci impedisce di dire di no? Quando Igino Giordani fece riferimento, nella proposta di legge del 1949, alla necessità dell'obiezione di coscienza, padre Messineo, confratello della Civiltà Cattolica, affermò: «Ma se diciamo che bisogna disubbidire, anche gli operai diranno che non possono fabbricare le armi e infatti le leggi che limitano il traffico di armi in Italia le dobbiamo agli operai che hanno fatto obiezione di coscienza». Mazzolari nel 1941, invece, parla del dovere della rivolta. Come ci poniamo oggi davanti a questi dilemmi?

Grazie per questa riflessione e questa domanda. Anche qui, dal punto di vista della morale, il dibattito è interessante. Fate cenno a un certo “paternalismo morale”, che rimane un problema in tutta la morale cattolica. Da un lato parliamo della coscienza e del discernimento, ma quando la gente comincia ad usare la coscienza e a discernere delle cose che non conformano con quello che l’autorità suggerisce od ordina di fare, allora qualcuno comincia ad avere paura. C’è sempre una parte della Chiesa che fa fatica ad accettare l’idea di lasciare discernere il “semplice soldato” o il “semplice fedele”: pensiamo, ad esempio, all’attuale diatriba intorno al capitolo 8 della recente esortazione apostolica di papa Francesco, Amoris Laetitia.
Da un lato, la Chiesa ha sempre parlato del valore della coscienza e l'idea dell'obiezione di coscienza (nel senso generale, non solo nel contesto bellico) è sempre esistita nella Chiesa, per lo meno dal punto di vista teorico (pensiamo ai Padri apologisti, a Pietro Abelardo, a Thomas More…). Tuttavia, per tanti secoli, si aveva paura di parlare di questo perché, si diceva, la gente comune non ha gli strumenti per valutare bene le cose, e potrebbe utilizzare tale strumento per giustificare di tutto e di più. Perciò, la Chiesa, per lo meno durante l’epoca della Cristianità, ha sempre preferito parlare poco della coscienza e mettere tutto l'accento sull’obbedienza della legge. «Ecco ciò che dice il vescovo, ecco ciò che dice il principe: adesso tu obbedisci, e non puoi mai sbagliare… semmai sbagliano loro e se la vedranno con Dio». Certo, nella modernità, e su alcune cose estremamente serie come sull’aborto, quando le autorità non-ecclesiali proponevano cose contrarie alla posizione della Chiesa, allora sì che si inizia a parlare più facilmente di coscienza: se il mio capo reparto mi dice di praticare l'aborto, se mio marito mi obbliga a procurare un aborto, allora devo ascoltare la coscienza, allora posso e devo fare obiezione di coscienza e rifiutare di commettere o cooperare in questo male.
Su altri temi, però, il pensiero cattolico ha avuto difficoltà ad allontanarsi da un certo paternalismo e dire ai fedeli: avete la vostra intelligenza, formatevi e prendete una decisione secondo la vostra coscienza, anche se quel giudizio di coscienza può essere diverso da quello che vi dice di fare il vescovo o il politico di turno (nei recenti casi degli abusi sessuali nella Chiesa, vediamo cosa può succedere quando tanti fedeli ignorano sistematicamente, e per anni, la loro coscienza, e obbediscono ciecamente a delle autorità religiose che ordinano loro di non denunciare reati, di distruggere prove, ecc.). Certamente, nella modernità sussisteva nella Chiesa una grande paura del disordine, specialmente dopo tutte le rivoluzioni del XIX secolo. Anche Pio IX, che come papa aveva iniziato sostenendo posizioni molto favorevoli alla libertà, a un certo punto e in un contesto del genere è diventato autoritario e paternalista, ostile alle idee moderne che davano importanza all’individuo e riconoscevano la sua maggiore età, la sua autonomia morale.
Dopo l’esperienza della Seconda guerra mondiale, e tutto il danno che è stato fatto perché tanta buona gente non ha fatto niente, o ha cooperato con il male, convincendosi che l’autorità che lo ordinava era legittima e che quindi bisognava semplicemente obbedire, c'è stata tutta un'evoluzione, anche sul pensiero della guerra. Nella Gaudium et spes è stata introdotta l’idea dell'obiezione di coscienza, ma in modo molto diplomatico, nell’ottica di rispettare chi fa questa scelta. È interessante la pastorale dei vescovi statunitensi dell’83, The Challenge of Peace, che mette quasi sullo stesso piano la scelta pacifista e la teoria della guerra giusta. Secondo questa visione, un cristiano può scegliere questo o quello come fossero sullo stesso livello, e l’obiezione di coscienza (riguardo all’uso della violenza) non si pone più fuori dalla teologia ufficiale.
Certamente, alcuni cristiani rimangono scettici rispetto a questa evoluzione e questo testo dei vescovi statunitensi. Dal punto di vista più paternalista, se la guerra non è giusta, questo dovrebbe essere evidente al vescovo che ti dirà cosa fare: non è compito tuo stabilire la giustizia o meno di una guerra, e se i vescovi non si sono pronunciati, non spetta a te dirlo o dubitare della decisione del principe o del governo di turno. C’è sempre chi preferisce vedere, quando il singolo parla di coscienza, una razionalizzazione di un comportamento egoista. C’è chi, addirittura, adotta un atteggiamento cinico ogni volta che si usa la parola “coscienza”: ad esempio qui, chi vede l’obiettore come un free loader, un “sanguisuga” che in fin dei conti approfitta della giustizia, pace o prosperità che gli procura la morte del suo fratello soldato, senza dover rischiare niente. 
È ovvio, specialmente con il magistero di papa Francesco, che questo cinismo rispetto all’invocazione della coscienza sta diminuendo in alcuni ambiti ecclesiali. Quindi, c’è stata una maturazione come Chiesa, anche se restano dei passi da fare. Sicuramente, c’è una responsabilità nell’affermare l’obiezione di coscienza; non basta dire: seguite la vostra coscienza. È necessario che la gente sia davvero formata. Oggi le persone si informano su Internet, basandosi a volte su dicerie e “bufale”; invece per formare la coscienza ci vogliono notizie vere e analisi attente dei fatti, cose difficili da reperire. Oggi neanche le grandi agenzie riportano certe vicende umane importanti (ad es. le violazioni di diritti umani nella Repubblica Centrafricana, nello Yemen…). Perciò, non bisogna essere ingenui e pensare che il cittadino medio possa assorbire, digerire e discernere cosa fare per promuovere la vera pace, di fronte a un mondo così violento e complesso, senza un vero accompagnamento spirituale e morale. Senza cadere di nuovo nel paternalismo e nel cinismo che non prendono sul serio l’intelligenza e la buona volontà del singolo, non bisogna dimenticare che il cittadino medio si intende poco di geopolitica, e preferisce vedere cose più piacevoli su Internet e sui media, i quali non forniranno gli strumenti per una cittadinanza attiva e una saggia militanza a favore della pace. Prima, lo Stato gestiva forse in modo paternalistico la comunicazione, però nelle democrazie, in generale, si davano delle informazioni abbastanza obiettive alla gente; oggi tutto dipende dai soldi della pubblicità e si preferisce dare informazioni che fanno scalpore. In questo contesto, si fa fatica a fare discernimento e viviamo in una sorta di campana di vetro; non andiamo ad approfondire determinate notizie.
Perciò, credo che l’obiezione di coscienza e ogni impegno serio a favore della pace abbiano senso se accompagnate da una sorta di ascesi nella quale apriamo gli occhi del cuore costantemente alla sofferenza del mondo, e lasciamo aperta in noi questa ferita, invece di vivere sereni e contenti illudendoci che nel mondo tutto va abbastanza bene, e basta non fare niente per essere “pacifici”. Occorre fare uno sforzo, informarci delle cose che gli interessi economici non vogliono che seguiamo, e poi fare un’obiezione di coscienza intelligente.

Nello Yemen, ad esempio, vengono bombardati gli ospedali. Noi stiamo chiedendo che si blocchi la vendita di bombe all’Arabia Saudita; a partire dalla Sardegna c'è un movimento forte che sta portando avanti questa lotta.

Ricordo di aver firmato petizioni in questo senso. In Inghilterra c'è tutta una rete che chiede di fermare questo traffico di bombe verso l'Arabia Saudita che le utilizza senza criterio. Ma la risposta è che si tratta di un grande cliente, che non si possono fermare questi affari, che i sauditi sono un importante alleato “nostro” e degli Stati Uniti.

Anche in ambito ecclesiale capita di sentire questa tesi: «Se lo fermiamo noi questo traffico di armi, lo faranno comunque altri».

Essendo un moralista, mi piace complicare un po’ le cose. La questione è delicata, e in questo caso credo che l’argomentazione non abbia fondamento, ma bisogna chiedere “come” e “perché” lo faranno questi “altri”, e sentire bene gli argomenti di chi fa questa obiezione, per rispondergli seriamente. Alcune considerazioni possono essere: il rischio della perdita dei posti di lavoro da un lato, dall’altro la possibilità di controllare il tipo di armi vendute (magari, se lo facessero altri, venderebbero armi ancora più letali). Dal punto di vista teorico e dal punto di vista del discernimento della persona non sono argomenti da scartare, e bisogna capire fino a che punto si tratta di cooperazione con il male, e fino a che punto è tolleranza del male. Tuttavia, il nodo centrale della questione è un altro: penso che molti Paesi dovrebbero prendere l’iniziativa verso il disarmo limitando anche gli armamenti “convenzionali” che vendono ad altri Paesi. L’economista Leonardo Becchetti parla spesso del potere del cittadino, che può fare delle scelte importanti “con il portafoglio”. In alcuni casi possiamo convincere le banche (e le Chiese, le università, i sindacati, i fondi pensione) a non finanziare e a non investire nella filiera di armamenti. Penso che bisogna attivarsi in tutte queste direzioni.

Lei ha parlato di paternalismo. Nel momento in cui ci si affida alla coscienza, si ha il timore che si possa utilizzare questa coscienza senza una direzione autorevole. Tuttavia, in questi casi citati c'è stata una direzione autorevole: durante la Prima guerra mondiale, ad esempio, il massimo magistero della Chiesa aveva parlato di inutile strage. Che cosa impediva di disobbedire? Il fatto che rimaneva questo criterio agostiniano di obbedire all'autorità. La stessa cosa è accaduta nel 2003: si è condotta una guerra non giustificata, si sapeva quello che sarebbe accaduto — ossia un genocidio che avrebbe destabilizzato il Medio Oriente e distrutto anche le comunità cristiane —, allo stesso tempo però non si è detto che l'ordine di Bush andava disobbedito.
Nel 2011 la stessa cosa, siamo andati a bombardare la Libia, anche lì non c’erano motivazioni, è stato un intervento che l'Italia ha sostenuto – lo stesso generale Camporini dice che questo intervento è stato una follia –, tuttavia abbiamo fatto 650 operazioni di combattimento. Abbiamo visto il caso del militare americano che di recente ha affermato di disubbidire nel caso di un ordine proveniente da Trump volto ad utilizzare armi nucleari. Ci troviamo di fronte a un’ipotesi di disastro immenso, un punto di non ritorno. Ora bisogna introdurlo questo aspetto, altrimenti non si è coerenti. Si rischia di dire una cosa e poi allo stesso tempo si dice il contrario.

Ci sono delle cose molto chiare: l’ordine di utilizzare per primi dei missili strategici nucleari (cioè, quando l’attacco nucleare non è iniziato dall’altro), o, in ogni caso, l’ordine di fare uso di un’arma nucleare che non sia estremamente mirato (affinché possa colpire solo dei bersagli militari) è assolutamente inaccettabile, dal punto di vista morale. Non si può obbedire a un ordine così, anche se viene direttamente del presidente degli Stati Uniti o dalla massima autorità politica del proprio Paese. La pastorale The Challenge of Peace, scritta dai vescovi statunitensi nell’83, indica che è praticamente impossibile immaginare un uso delle armi nucleari che sia conforme ai tradizionali princìpi della “guerra giusta”, e se è proprio così, si escluderebbe ogni uso possibile di quest’arma. Su quel livello, quindi, la questione è abbastanza chiara.
Su altre cose, sono possibili invece delle interpretazioni multiple. Come si rispettano la coscienza e la capacità di discernimento dell’obiettore, bisogna anche rispettare quelle del militare e del cittadino che si è lasciato convincere degli argomenti di Bush e di Blair. Bisogna essere attenti a non chiedere troppo facilmente alle autorità ecclesiali alcune prese di posizione normative che obbligano il fedele in coscienza, anche se a favore della pace, perché si passerebbe così a un nuovo paternalismo. In più, non ogni pronunciamento che fa un pontefice ha la stessa autorità, e non si può leggere in ogni critica che fa un papa di un’azione militare o politica una chiara condanna che vieta la partecipazione del cittadino o del fedele in quell’azione o la collaborazione con essa.
In molte occasioni può sussistere un sano pluralismo di opinioni nella Chiesa, che non va soppresso violentemente con una decisione dall’altro. In alcune occasioni, ovviamente, il pluralismo può scandalizzare la gente. Durante la Prima guerra mondiale, c'erano delle autorità ecclesiastiche secondo cui la guerra che conduceva l’esercito della loro nazione era giustificata, mentre non lo era quella dell’esercito avversario. Il Vaticano non voleva mettersi a dire chi avesse ragione e chi torto. Si è giocato su quest’ambiguità. Se una guerra è giusta, per forza di cose, c’è chi deve avere ragione e chi torto, e, quando tu hai due autorità ecclesiastiche che si trovavano sui fronti opposti e dicono: «Noi abbiamo ragione e voi avete torto», certo, questo confonde la gente.

Ci si consacrava al Sacro Cuore da entrambe le parti.

Sì, e questo fa dubitare della serietà della morale della Chiesa cattolica. Ma in altre occasioni, imporre una falsa uniformità del pensiero nella Chiesa, come si soleva fare nei regimi totalitari, e obbligare vescovi e teologi a ripetere una sola posizione ufficiale, anche quando palesemente non li convince, può essere altrettanto scandaloso e dannoso per la morale.
Già la Seconda guerra mondiale, ad esempio, era un affare più complesso. Pio XI aveva scritto dei testi contro il fascismo e il nazismo, come la Mit brennender Sorge del 1937, anche se poi a un certo punto la Chiesa, per poter difendere gli innocenti concretamente e nella pratica, ha preferito tacere su alcune cose ed evitare delle condanne dirette o degli inviti all’obiezione di coscienza. Penso che adesso abbiamo una situazione mondiale in cui ci sono dei papi che hanno la capacità e il coraggio di condannare non solo la guerra in generale, ma anche le guerre concrete, e i loro pronunciamenti sono rispettati anche dai non cattolici.
Detto questo, rimane il fatto che, fino a un certo punto, si gioca con le informazioni riservate, specialmente quando si attacca un altro Paese sulla base della violazione delle condizioni di pace o delle risoluzioni dell’Onu, o quando si invoca la dottrina dell’attacco anticipato (pre-emptive strike) di fronte a un “pericolo imminente”. I governi dicono: «Abbiamo informazioni certe su questa violazione o su questa operazione bellica imminente, ma non possiamo rivelarle, perché non sono documenti destinati ad uso pubblico e non possiamo tradire le nostre fonti». Non è da scartare completamente il caso in cui ci siano gravi violazioni dei diritti umani in atto, ad esempio dei genocidi, e alcuni dei nostri dirigenti politici hanno accesso a dei documenti che lo provano ma che non possono rendere pubblici: questa rimane una possibilità, fino a un certo punto. Fidarsi della parola di un politico in casi del genere rimane un’ipotesi da considerare. Poi bisogna vedere qual è questo politico, quali sono gli interessi in atto, quali sono le opzioni per rispondere all’aggressione o la barbarie della quale si parla.
Ma ci sono anche dei processi politici che ci offre la democrazia. Il cittadino ha il diritto di chiedersi: perché a queste informazioni deve avere accesso solo l’esecutivo? Ad esempio, in alcuni Paesi come gli Stati Uniti ci sono dei comitati del Congresso e del Senato che possono avere un accesso limitato a questi documenti, e quindi decidere in nome del popolo che rappresentano se ci sono effettivamente delle prove inconfutabili di violazioni di diritti umani molto serie, come un genocidio in atto, o se non lo sono per niente. Se l’esecutivo non vuole condividere quest’informazione con altri rappresentanti politici in cui ho fiducia, allora la cosa puzza. Secondo me, è sbagliata l’idea che solo il presidente (o il primo ministro) possa conoscere la realtà, possa decidere da solo (semplicemente perché è eletto), e possa chiedere l’approvazione del Parlamento senza mettere i nostri rappresentanti in condizione di fare questo discernimento. Significherebbe trattare tutti da bambini, anche i nostri rappresentanti politici! Di più, in questi casi dovrebbero essere coinvolti anche rappresentanti della società civile, ad esempio dell’università, delle religioni e movimenti che possono valutare queste prove, attenendosi al segreto, per potere dire al pubblico se stimano giustificato o meno l’intervento umanitario.
Certamente, avere un sistema di controlli, di checks and balances, aiuta a evitare conflitti ingiustificabili, ma anche un gruppo di persone integre e dotte può sbagliare. A posteriori è facile dire se l’intervento fosse giustificato o meno da ragioni umanitarie. Per questo non commenterò l’intervento in Libia che ha fatto cadere il regime di Gheddafi, che, secondo me, viene usato troppo facilmente qua in Italia per criticare la dottrina della Responsabilità di Proteggere i politici di quell’epoca: come dimostra il mio confratello gesuita Paul Tang Abomo nel suo libro sul tema, R2P and the US Intervention in Libya, la vicenda era abbastanza complessa. Secondo Tang Abomo, la risposta iniziale era probabilmente giustificata, e gli sbagli e le mancanze sono avvenute in un secondo momento. In generale, Obama rispettava le mediazioni e si confrontava con chi non era d’accordo con lui; non credo che si possa dire lo stesso di Trump. Ma Obama ha fatto cose più problematiche dell’intervento in Libia, specialmente riguardo al programma dei droni. Molti conflitti nei quali intervengono gli Usa, oggi, sembrano a basso livello, e non richiedono che il Congresso voti per approvare certe azioni belliche. Così vengono meno i sistemi di supervisione e di controllo del potere esecutivo. Ad esempio, l’eliminazione fisica dei nemici mediante i droni avviene senza che il cittadino possa avere una vera conoscenza e un reale controllo di quello che si sta facendo a suo nome.
I droni, l’enhancement dei soldati e gli strumenti della cyber-guerra oggi stanno provocando una nuova corsa agli armamenti: quando Trump parla del nucleare nel contesto dei battibecchi con Kim Jong-Un, mi sembra che ci stia gettando del fumo negli occhi per non vedere che oggi il problema sta altrove. Penso che si possa e si debba andare verso una politica del disarmo più radicale e complessivo, ma per fare ciò, bisogna avere il coraggio di affrontare le vere cause dei conflitti. Non risolvere il problema palestinese è un modo di garantire una perenne instabilità nel Medioriente. Ci sono ovviamente interessi affinché continui questa situazione: finché c’è il petrolio, continueranno a vendersi armi, ecc. Rimane molto delicato criticare presidenti e politici israeliani che non ci credono veramente nei negoziati per la pace, perché troppo facilmente viene usata l’arma dell’antisemitismo contro chiunque critichi il governo israeliano. Certo, il vero antisemitismo esiste, e i governi europei devono essere attenti a non incoraggiarlo a casa loro, criticando lo Stato di Israele, ma così ci troviamo in una situazione di impasse. Occorre prendere posizione e proporre soluzioni reali per risolvere quel problema, che sempre più è diventato uno strumento di propaganda e indottrinamento, usato per creare cellule jihadiste fra noi, come prima c’erano cellule di terroristi comunisti. E il terrorismo, poi, offre al politico populista l’occasione ideale per costruire e accumulare armi con il consenso dei cittadini, e per trovare nemici “visibili” contro cui usarle.

Rimaniamo sul tema del conflitto tra ragion di Stato e ragioni della coscienza. Nel corso della storia si è passati da uno Stato che decideva in modo assolutista giustificando i propri atti sulla base degli arcana imperii, i misteri del potere, fino a raggiungere progressivamente una maggiore trasparenza dei pubblici poteri. Ciò è stato possibile anche grazie alla separazione dalla sfera spirituale. Prima si è parlato delle pressioni esercitate sulla Chiesa da gruppi portatori di determinati interessi. In questo senso è significativo il dibattito sorto intorno a un’istituzione come quella dei cappellani militari. Il coordinatore di Pax Christi, in un’intervista alla rivista Città Nuova, ha espresso una posizione al riguardo sostenendo la necessità di distinguere i cappellani che operano nell’esercito dalla gerarchia militare, svincolando il sacerdote dall’inquadramento nell’ordinamento militare. Non potrebbe questa essere una via per consentire alla Chiesa di esprimere le ragioni della coscienza più liberamente e in modo indipendente dalle ragioni di Stato?

In questi ultimi decenni si sono fatti dei passi avanti. Il papa non è più re, anche se rimane la Sede apostolica, con il suo apparato politico e diplomatico, e restano alcuni simboli del vecchio potere temporale su cui si può discutere. Non voglio entrare in merito alla singola proposta del coordinatore di Pax Christi; non conosco molto l’ordinamento militare italiano. Penso però che si possano ripensare e rinegoziare tante cose, anche in vista della realtà militare attuale che in tutto il mondo tende verso strutture snelle e meno formali, e verso la compresenza di vari contractors privati con inquadramenti particolari nel mondo militare. Forse ci sono delle complicazioni dal punto di vista della legge internazionale; ad esempio, può essere difficile in zona di guerra identificare le persone che non sono in divisa o non sono in una struttura dell’esercito.
Nelle “nuove guerre” — cioè nei conflitti asimmetrici attuali — spesso si gioca su questo aspetto, cercando di eliminare la distinzione tra civile e militare. Da un lato è vero che questa distinzione è artificiale e artificiosa perché nel caso di coloro che costruiscono i droni, che li mantengono, che fanno i programmi, la differenza tra civile e militare è difficile da fare. Dall’altro lato, bisogna evitare di concludere che qualsiasi civile può essere un bersaglio per un’azione militare, semplicemente perché in un modo o in un altro ha partecipato alla costruzione di questi strumenti. Si rischia di tornare a giustificare la guerra totale. Ecco alcune delle grandi problematiche su cui sono portato a riflettere.
La differenza tra civile e militare è utile a proteggere le persone più vulnerabili e tutelarle. Tradizionalmente, essere in divisa voleva dire essere un bersaglio legittimo e poter essere ucciso. Voleva dire spogliarsi dal potere della veste sacerdotale che può mettere in panico il soldato nemico nel campo di battaglia e salvarci la vita. Oggi la guerra con campi di battaglia definiti ed eserciti schierati uno contro l’altro praticamente non esiste più, e il cappellano militare che va in giro con la divisa militare corre il rischio di essere identificato con il militare e quindi con la violenza.
Faccio un’osservazione critica. Ci sono persone nel mondo ecclesiastico che sono attratte dalla divisa e dai ranghi di autorità; qualche volta ciò è dovuto al solito clericalismo, altre volte è semplicemente un fascino che si ha, già da bambini, per gli aspetti formali ben presenti nella tradizione di una Chiesa organizzata già dai tempi di Costantino secondo le strutture dell’esercito romano. È logico e normale per tanti preti che amano esibire un’identità forte, quando si ritrovano in un contesto militare, che si possano e si debbano avere i gradi, la divisa, ecc. del corpo al quale appartengono. Non tutti avranno la capacità di resistere a questa logica o di metterla in discussione.
In molti Paesi dove la Chiesa ha dovuto affrontare la questione degli abusi sessuali e altre violenze su minori e persone vulnerabili perpetrati da preti e religiosi, si è discusso molto il tema dell’abbigliamento dei chierici e dei religiosi e quello del riconoscimento dell’autorità e del potere reale che hanno. Se ci vestiamo in abito clericale è per dire chi siamo e per proteggere le persone; è anche per poter essere riconosciuti e accusati se facciamo del male alle persone. Anche la divisa militare va vista un po’ in quest’ottica: dice il rapporto professionale, il dislivello di potere, e quindi il bisogno di trasparenza, il dovere di seguire pratiche che proteggono le persone vulnerabili, e il dovere di individuare e denunciare quelli che abusano del loro potere morale, fisico o burocratico. C’è una sorta di rapporto professionale tra il sacerdote e le persone che accompagna spiritualmente. Ma occorre essere attenti a non cadere nell’ottica del professionalismo in cui vige la logica delle promozioni, degli onori, degli orari fissi, «questo è nella mia competenza ma questo no», ecc.
Inoltre, credo che in questo dibattito ci siano anche due psicologie diverse. Da un lato esistono quelli più “sessantottini”, più informali, etc., che vanno in giro cercando di convincere gli altri che, malgrado la loro età, sono sempre dei ribelli o dei contestatori; dall’altro ci sono persone più formali, che in modo un po’ adolescenziale reagiscono alla generazione della contestazione facendo proprio il contrario. Specialmente oggi, ci sono dei giovani preti che cercano nella vita sacerdotale, e nell’abito clericale sempre più vistoso, un modo di schierarsi in un mondo postmoderno eclettico e liquido. Immagino che quest’ultimi sono più attratti dal mondo militare e che per essi sia un grande onore poter portare la divisa militare. Questo ci fa capire che, in questo dibattito, se metti a confronto un sacerdote di Pax Christi e un cappellano militare, possono avere uno stesso impianto teologico ma diverse psicologie e un diverso modo di vedere i simboli e la formalità.
Molto del nostro universo religioso è fatto di simboli: i simboli hanno un potere sacramentale se usati bene, ma se abusati possono diventare uno strumento di forza per imporre un potere sugli altri. Di fronte ad alcuni simboli varie persone possono avere relazioni diverse. Idealmente a me piacerebbe una Chiesa che si staccasse sempre di più dai simboli militari. Senza banalizzare il problema, penso che si possa trovare oggi, dopo la Guerra fredda e nell’ambito dei conflitti “informali” attuali, il modo di stare nei luoghi di conflitto con i nostri simboli, con il nostro modo di vestire, e con i nostri comportamenti in quanto sacerdoti e religiosi, amanti della pace, e a servizio di tutti.

Per questo il cappellano, fuori dalla struttura militare, può esercitare quel discernimento più liberamente che stando dentro la struttura, non cedendo all’obbedienza nel caso di ordini ingiusti. In questo senso la forma diventa sostanza. Chiaramente un superiore ha sempre un potere molto forte nell’ambito della gerarchia.
Prima abbiamo parlato della difficoltà di definire “giusta” una guerra. Durante il conflitto nell’ex Iugoslavia, in ambito cattolico si giustificò un intervento militare in chiave umanitaria. Più di recente, papa Francesco ha chiesto alle Nazioni Unite di intervenire per proteggere le comunità yazide dalla minaccia dell’Isis. Il rischio, come si è visto in diverse occasioni, è quello di utilizzare la teoria della guerra giusta per ammettere l’esportazione della democrazia con le bombe. È possibile individuare dei requisiti in base ai quali si possa parlare di “guerra giusta”?

In primis, come accennato prima, penso che non bisogna parlare di guerra giusta, perché dà l’impressione che il male sia giusto: la guerra è un male. Certamente, dal punto di vista morale si distingue fra male fisico e male morale: la guerra, per il fatto di distruggere vite umane e beni è già un male fisico, e certamente qualcuna delle due parti sta facendo anche un male morale (aggredendo ingiustamente l’innocente, o resistendo ad un giusto intervento per proteggere l’innocente); dunque non si può facilmente affiancare a tutto ciò il termine “giusto”. Le lingue moderne tradiscono l’intento delle espressioni latine, quali la ius ad bellum e la ius in bello. Si deve parlare semmai di guerra “giustificata”, cioè fatta secondo criteri che possono veramente giustificare un intervento militare o renderlo moralmente tollerabile. Le opere di Agostino, Tommaso, De Vitoria enunciano tali criteri, si parla in tal caso dello ius ad bellum e dello ius in bello. In particolare, si fa riferimento alla “retta intenzione” e alla “causa giusta”. Oggi la causa può essere “accettabile” solo se coincide con l’esigenza di difendere sé stessi o le persone innocenti da un’aggressione. Il requisito della “giusta causa” risponde alla logica della responsabilità di proteggere e difendere persone vittime di genocidio o di gravi violazioni di diritti umani, quando le persone normalmente deputate a proteggerle non possono o non vogliono farlo, e quando si sono, in pratica, esauriti gli altri mezzi diplomatici, e, inoltre, quando esiste un’urgenza, come nel caso del genocidio del Rwanda.
Oggi non è più giustificabile la guerra di aggressione. Come accennato prima, rimane un dibattito, una piccola finestra, sulla guerra di difesa preventiva, ad esempio la guerra del Kippur del ’67: in quel caso si sapeva che Israele sarebbe stata attaccata di lì a poco e si è intervenuti un giorno prima. Questa è stata interpretata come una guerra di difesa anticipata, poiché c’erano prove chiare che l’altro era sul punto di attaccare. Tale principio è stato usato da George W. Bush per giustificare tante cose nella sua “guerra al terrorismo”, anche se l’imminenza di un attacco terroristico è molto difficile da determinare, e gli Usa non sono un piccolo Paese circondato dagli eserciti del nemico, un Paese che può permettersi la tracotanza di agire per primo di fronte a una minaccia che lo può cancellare dalla mappa mondiale, come fu Israele in quell’occasione. Perciò, tale criterio è stato molto criticato. Alcuni hanno sostenuto che la tesi della difesa anticipata è utilizzabile molto raramente, solo quando si è sul punto in cui l’altro sta per attaccare per cui se ti attaccasse per prima perderesti “automaticamente”, e quindi l’unico modo di salvarsi è attaccare per primo. Altri mettono in discussione il criterio in sé stesso e vogliono che venga esclusa ogni forma di difesa anticipata, e così, l’unica causa accettabile per prendere le armi sarebbe l’autodifesa o la difesa di una popolazione innocente vittima di barbarie (letta come una forma di autodifesa nella quale partecipiamo in quanto membri del genero umano, e quindi fratelli e sorelle delle vittime).
Un altro requisito è la probabilità di successo: se intervengo militarmente pur sapendo che perderò, ma il mio scopo è salvaguardare l’onore e non apparire codardo, questo non è un motivo giustificato per entrare in guerra. Poi c’è la questione della proporzionalità che rientra nel ius in bello, ad esempio: se qualcuno ti attacca con un machete non puoi contrattaccare usando l’arma nucleare: occorre cioè rispondere con la stessa intensità. Forse ci sono, ancor’oggi, dei politici pazzi pronti ad aggredire i loro vicini sapendo di non avere mezzi per vincere, ma normalmente chi attacca lo fa perché pensa di essere più forte. Un ulteriore criterio, al quale abbiamo accennato prima, è quello della tutela della popolazione civile, distinguendo bene tra combattenti e non-combattenti, ed evitando qualsiasi violenza contro quest’ultimi. Se questo criterio non viene rispettato, si cade nel terrorismo (esiste anche il terrorismo di Stato) o nella guerra totale.

Come insegna il generale Carlo Jean, nei manuali di strategia adottati dall’università Luiss di Confindustria, non c’è differenza: i civili sono usati come strumento militare e non può essere fatta distinzione.

È vero che con le “nuove guerre” diventa sempre più difficile fare la distinzione. C’è un aspetto radicale nella tradizione della cosiddetta “guerra giusta” che spesso non viene apprezzato. Solo se si può fare questa distinzione e rispettare questi criteri, si può entrare o restare in una situazione bellica. Se no, bisogna lasciarsi invadere e occupare, o bisogna fare le valigie e tornare a casa, come in Vietnam gli statunitensi, che non riuscivano più a distinguere i guerriglieri vietcong dalla popolazione civile, e non potettero più lottare in modo eticamente accettabile. Così, credo che anche chi interviene a difesa di una popolazione crocefissa dalla violenza deve tenere in considerazione la dura e ferrea logica della tradizione morale. Se non si può fare la guerra senza poter limitare la violenza, allora bisogna ritirarsi dalla guerra, anche se dovessero succedere poi dei massacri orribili: il militare e il politico non deve mai pensare di essere l’ultimo salvatore del mondo. Ci sono dei cristiani realisti che non accettano questo limite, e credono che il “giusto” può permettersi di difendersi o di proteggere l’innocente con qualsiasi mezzo a disposizione, e senza nessuna regola che lo limita e che lo obbliga a “lottare con una mano legata dietro la schiena”. Ma la tradizione cattolica ci offre solo due alternative: o quella di “comportarsi da gentleman in una rissa” rispettando le regole anche quando tutti gli altri le ignorano, o di abbassare le armi.
Come si può osservare, questi criteri avvicinano la tradizione della “guerra giusta” al pacifismo, perché è abbastanza difficile osservarli, e perciò, quando li intendiamo bene, essi servono per dissuaderci dall’idea di entrare o restare in guerra, piuttosto che per incoraggiarci e per razionalizzare le nostre tendenze violente. Sappiamo, però, che la tradizione è stata strumentalizzata e continua ad esserlo, e per questo tanti guardano a tale tradizione con cinismo. Ma nella maggioranza delle guerre reali della storia umana, tale teoria si converte in pacifismo, e anzi, in una dura condanna, poiché appena applicati bene tali criteri smascherano l’incoerenza o la malvagità di chi si è messo in questa o quella guerra, dicendo a tutti che il suo atto era “giusto”.
Oggi, nelle pubblicazioni in lingua inglese, e nei lavori del Consiglio ecumenico delle Chiese, si parla piuttosto di una dottrina della “pace giusta”. Noi cristiani siamo per la pace, e solo la pace è “giusta”. Ma come essere sicuri di istaurare una pace nella quale, fuori dal nostro piccolo recinto, le persone innocenti non soffrano violenze e soprusi, una pace veramente “giusta”? Dal tentativo di giustificare la guerra si passa quindi a cercare di capire come rendere giusta per tutti la pace, cioè come realizzare le soluzioni pacifiche e diplomatiche, individuando dei criteri che possano proporre al mondo un futuro di pace, e riconoscendo che la realtà umana rimane segnata dal peccato e non può completamente escludere la realtà del conflitto e della guerra. Tutto ciò si fonda su una speranza, non su un ingenuo ottimismo. Da un lato ci sono stati dei progressi: rispetto alle guerre del XX secolo, perlomeno, le grandi nazioni oggi non entrano facilmente in guerra fra di loro. Dal punto di vista della legge internazionale, qualsiasi guerra di aggressione non è accettabile: la legge non è tutto, ma stabilire ciò è stato un grande passo in avanti.
Dall’altro lato, osserviamo che molte guerre oggi sono associate a forme di criminalità. Le guerre civili fondate su basi ideologiche sono sempre di meno. Se guardiamo i Paesi dell’Africa occidentale, ad esempio, osserviamo che, malgrado tutto, c’è stata in questi ultimi decenni una netta transizione verso la democrazia, anche se si tratta di forme fragili e imperfette di democrazia. La vera questione oggi è organizzarsi come comunità umana per aiutare i Paesi deboli a risolvere dei conflitti interni, specialmente nelle zone ricche di materie prime dove l’instabilità offre l’opportunità perfetta ad alcuni per estrarre e rubare queste risorse, usando la popolazione locale come schiavi, commettendo impunemente dei disastri ambientali, e mantenendo uno stato di guerra per decenni, usando armi low cost per massimizzare i profitti dell’estrazione. Alcuni autori come Paul Collier propongono di stabilire uno standard comune per garantire ovunque delle elezioni libere e trasparenti, e poi occorre far presente ai governi eletti legittimamente (cioè, eletti secondo questo standard) che mentre dura il loro mandato, se si facesse un colpo di Stato contro di loro, o se scoppiasse una guerra civile per toglierli dal potere, le autorità regionali o l’intera comunità internazionale interverranno per proteggerli. Quelli invece che non sono eletti legittimamente non riceveranno nessun aiuto quando vengono minacciati. Non so se può funzionare e se si può giustificare una politica del genere, che fa ricordare la Santa Alleanza del 1815, alla quale si aggiunge però l’elemento della legittimità democratica moderna. Tuttavia, l’idea che la sovranità delle nazioni può essere rispettata, e la pace tutelata, integrandovi un sistema di “vigilanza giusta” mondiale, è interessante, se restiamo attenti per non cadere di nuovo nel paternalismo coloniale.
Credo che la comunità internazionale possa efficacemente tutelare le minoranze etniche, usando la diplomazia e anche la forza (e non solo quella militare) contro quei governi che commettono delle violenze contro le minoranze nei loro Paesi o tollerano tali violenze. Il problema è che la comunità internazionale è frammentata, non si riesce a vietare la vendita di armi, o impedire il sostegno ai dittatori. Tuttavia bisogna avere speranza che tale obiettivo sarà raggiunto. Questo non vuol dire avere un governo mondiale ma una comunità internazionale più forte. Penso che molti dei conflitti attuali e futuri vadano pensati e combattuti come azioni per contrastare la criminalità organizzata e il comportamento criminale di alcuni governi locali e nazionali. Secondo alcuni autori, in questo contesto, va effettuata una “vigilanza giusta” ad esempio attraverso la tecnologia, utilizzando dei mezzi di coercizione in modo non letale. Esistono già dei droni che possono accecare temporaneamente i combattenti o gli aggressori, fermando così il conflitto o riducendo il rischio per le forze dell’ordine se dovessero intervenire in tali circostanze.
Dato che la guerra sta diventando sempre più creativa e flessibile, anche noi sul fronte della pace possiamo usare la creatività. Infatti, tutto il movimento della nonviolenza è basato sulla creatività. Così come si può utilizzare la creatività per torturare e per uccidere, allo stesso tempo si può usare la creatività per realizzare la pace. A volte, però, ci fossilizziamo su una nostra forma mentis che non ci lascia uscire dai vecchi schemi. Recentemente, ho letto un libro dell’attivista serbo Srđa Popović, in cui si dimostra come usare una delle armi più potenti dei nonviolenti: il sorriso, cioè leffetto comico. I mercanti della guerra seducono la gente e le fanno paura, mantenendo sempre l’apparenza dell’ordine, della disciplina e della serietà. È proprio quando riusciamo a dimostrare quanto è ridicola la logica della violenza, e quanto sono grottesche le persone che vivono di essa, che il sogno della pace passa da folle utopia ad essere uno dei progetti più seri che possa realizzare l’umanità.



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