domenica 1 febbraio 2026

Il realismo del disarmo nucleare

  Testo dell'intervento che ho letto il 31 gennaio 2026 durante l'incontro pubblico organizzato dall’Istituto di Diritto Internazionale della Pace Giuseppe Toniolo dell'Azione Cattolica Italiana, incentrato sul messaggio del Papa per la Giornata Mondiale della Pace 2026





L’Italia, l’Europa intera, è la prima linea di una possibile guerra nucleare. Sono note le simulazioni offerte dall’università di Princeton che stimano in 2,6 milioni il numero di morti nel nostro continente entro le prime tre ore dall’innesco dell’escalation destinata a diventare incontenibile. 



Viviamo dentro una crisi internazionale in cui, come ha detto  il presidente della Repubblica Sergio Mattarella lo scorso 16 novembre, partecipando alla giornata del lutto nazionale in Germania, «nuovi Dottor Stranamore si affacciano all’orizzonte, con la pretesa che si debba “amare la bomba”».  «Si odono dichiarazioni di Paesi su possibili ripensamenti del rifiuto dell’arma nucleare. Emerge, allora, il timore che ci si addentri in percorsi ad alto rischio, di avviarsi ad aprire una sorta di nuovo vaso di Pandora».




Esiste un caotico e imprevedibile smantellamento dell'intera architettura globale di controllo degli armamenti. La quasi totale assenza di contatti ad alto livello tra le potenze nucleari ha creato un vuoto diplomatico in cui un incidente o un errore di calcolo possono innescare una catastrofe. Nel mentre la spesa globale annua per gli armamenti nucleari ha superato i 91 miliardi di dollari e alcuni teorizzano un conflitto nucleare "limitato", combattuto con armi tattiche a basso potenziale.

 È una questione tanto seria quanto rimossa dal dibattito pubblico nell’illusione indotta della fine del pericolo imminente dopo la soluzione della crisi dei missili di Cuba nel 1962. Invece l’ultimo comunicato del 27 gennaio 2026 emesso dalla Federazione degli scienziati atomici americani ci avverte che siamo a 85 secondi della mezzanotte nucleare secondo la simulazione dell’Orologio dell’Apocalisse ideato nel 1947 per segnare la  distanza dell'umanità dalla sua autodistruzione.


Come è noto la crisi innescata dalla presenza dei missili russi nell’isola dei Caraibi in mano ai castristi fu risolta grazie alla decisione di Kennedy e Krusciov maturata in contrasto con i rispettivi apparati militar industriali. Un ruolo importante fu svolto, in quell’occasione, da papa Giovanni XXIII nel far prendere consapevolezza dell’abisso posto dinanzi ai decisori politici ultimi. Ricordiamoci che in forza di quell’accordo furono smantellate le basi missilistiche Usa non solo in Turchia ma anche in Puglia e Basilicata.

Oggi la nostra comprensione di questo pericolo esistenziale è spesso annebbiata da miti infondati. Per lungo tempo si è spacciato come garanzia di sicurezza un sistema di deterrenza infallibile, gestito da leader perfettamente razionali e tecnologie impeccabili. Un funzionamento senza errori di sistemi tecnologici immensamente complessi e l'assenza totale del caso o dell'imprevisto. Senza scordare che la “strategia del pazzo” o del “cane rabbioso”, inteso come imprevedibilità, è parte della deterrenza.

 


In questi decenni, come fa notare Francesco Vignarca, coordinatore delle campagne di Rete italiana pace e disarmo, sono noti più di 30 casi che hanno rischiato di provocare un'esplosione o un conflitto nucleare che poi non è accaduto semplicemente per fortuna, o per opera della Provvidenza a seconda dei punti di vista, o per la saggezza degli operatori come il colonnello russo Petrov che nel 1983 non fece partire la risposta automatica a ciò che sembrava un attacco nucleare Usa.

Oggi ci troviamo a pochi giorni dalla scadenza il 5 febbraio del Trattato strategico New START, che prevede dei limiti alle capacità nucleari di Russia e Stati Uniti e un preciso sistema di scambio di informazioni, monitoraggio e ispezioni a garanzia della trasparenza delle parti nel rispetto dell’accordo.

Se verrà  meno anche questo ultimo accordo tuttora vigente tra le due maggiori potenze nucleari entreremo “in un pericoloso vuoto strategico”, come afferma l’ambasciatore Carlo Trezza (numero 1 2025 di Aspenia, La terza età nucleare) 

Tale vuoto si realizza nel pieno di una generale corsa al riarmo nucleare trainato dalla nuova prospettiva inquietante di poter arrivare a possedere un dominio totale dello strumento di devastazione in grado di annichilire il nemico impedendogli ogni forma di risposta.

Una pretesa inaffidabile, che può essere provata una sola volta sul campo, basata sui sistemi di intelligenza artificiale che pongono problemi irrisolti sulle responsabilità ultime di scatenare l’attacco decisivo.  

Anche se precedenti faraonici di guerre stellari si sono rivelati un fallimento, la primordiale idea di arrivare ad avere uno scudo così potente da consentire l’uso della spada senza limiti, induce la corsa ossessiva a raggiungere tale primato.

Viene meno anche il principio teorico della deterrenza basata sulla vulnerabilità reciproca.

Siamo tornati alla fase precedente al lancio delle due bombe su Hiroshima e Nagasaki giustificate come necessarie per evitare milioni di morti e affrettare la fine della guerra.



Come ha osservato lo scorso 7 agosto a Nagasaki il cardinale di Chicago Blaise Cupich  «la disponibilità dell'opinione pubblica statunitense a ricorrere alle armi nucleari e a uccidere deliberatamente civili stranieri non è poi cambiata così tanto dal 1945 come hanno ipotizzato molti studiosi».  Un recente  sondaggio citato dal cardinale conferma il sostegno dell’opinione pubblica del suo Paese «agli attacchi nucleari in guerre ipotetiche, nel caso tali azioni servissero a salvare la vita dei militari Usa».

Anche allora, nel 1945, fa notare Cupich, solo in pochi come il gesuita John Ford nel 1944 avevano condannato i «bombardamenti di annientamento» come moralmente inaccettabili. Ma questi, una volta avvenuti, vennero accolti senza scandalo dall’opinione pubblica dominante, compresi i cristiani. Era quanto aveva avvertito Thomas Merton, in un libro a lungo censurato ( “La pace nell’era post cristiana”), ravvisando una sorta di anestesia della coscienza collettiva davanti alla tragedia atomica in forza di una fede interiorizzata nell’ “idolo della macchina” come garanzia di salvezza.

Non si tratta di andare molto lontano nel tempo se si pensa all’assuefazione verso la carneficina di Gaza che sembra rimossa dopo che Trump ha detto alla Knesset di aver inviato a Netanyahu un numero impressionante di armi che “sono state usate bene”.








A partire da questa consapevolezza alcune associazioni e movimenti cattolici hanno cercato di superare il distacco tra la chiarezza dell’insegnamento di papa Francesco di condanna non solo dell’uso ma anche del possesso dell’arma nucleare e l’accettazione di fatto di questa apostasia nelle nostre stesse comunità soggiogate dalla subordinazione al realismo politico che non è affatto realismo ma cedimento all’utopia tragica della salvezza attraverso la bomba. 

È stata perciò avviata nel 2021 da Azione Cattolica, Acli, Pax Christi, Comunità papa Giovanni XXIII, Focolari Italia e Agesci un azione comune per sostenere l’iniziativa  “Italia ripensaci” che chiede al nostro Paese di aderire al Trattato Onu di abolizione delle armi nucleari del 2017. Una scelta poi condivisa da altre 40 associazioni e movimenti compresa la Federazione delle chiese evangeliche con il sostegno del presidente della Cei cardinale Matteo Maria Zuppi.

Italia ripensaci è promossa in Italia da Rete Italiana Pace e Disarmo che è parte della Campagna Internazionale per l'Abolizione delle Armi Nucleari (Ican- International Campaign to Abolish Nuclear Weapons), Nobel per la Pace 2017. 




Una richiesta di adesione al Trattato del 2017 che non ha avuto finora un riscontro istituzionale anche perché sul nostro territorio sono presenti decine di bombe nucleari statunitensi nelle basi aeree di Ghedi a Brescia e Aviano nel Friuli in forza di un accordo segreto risalente agli anni '50.

Eppure centinaia di consigli comunali sono a favore dell’adesione al Trattato e il Parlamento, con una risoluzione votata all'unanimità, aveva impegnato il governo a partecipare almeno come osservatore alle conferenze degli Stati parte del trattato del 2017 entrato in vigore il 22 gennaio 2021.

I referenti di associazioni e movimenti si erano dati appuntamento per un’ assemblea comune nella sede nazionale dell’Azione Cattolica il 26 febbraio 2022, ma come sappiamo due giorni prima, il 24, la crisi sul confine ucraino è precipitata nell’invasione decisa da Putin che ci ha posto tutti davanti ad un dilemma lacerante, aggravato dalla mancanza di una soluzione diplomatica che protrae la guerra fino ad oggi con sofferenze indicibili e un numero di vittime così spaventosamente alto da restare segreto.

Su quel teatro di guerra vengono inviate anche dai nostri alleati le mine antipersona messe al bando da una convenzione internazionale del 1997 che ha visto l’Italia in prima fila grazie all’obiezione di coscienza delle operaie della Valsella di Brescia e della scelta coraggiosa dell’imprenditore Vito Alfieri Fontana.

Per rendersi conto della progressiva accettazione della cultura della guerra come inevitabile, possiamo ricordare che il primo giugno 2023,  presso la Camera dei deputati, è stata promossa dalla rete delle associazioni cattoliche una conferenza stampa per ribadire l’istanza di “una Repubblica libera dalla guerra e dalle armi  nucleari”. Ma proprio il giorno prima il governo con il decreto sul made in Italy   aveva rimosso il divieto di esportazione di missili e bombe dirette in Arabia Saudita, rendendo vana una delle poche conquiste raggiunte politicamente dalla società civile che era riuscita a dare attuazione nel caso specifico  alla Legge 185 del 1990.

Nel vuoto diplomatico che può condurre il mondo intero al punto di non ritorno è importante ricordare che la Santa Sede nel  novembre 2017 ha ospitato il simposio internazionale "Prospettive per un mondo libero dalle armi nucleari e per un disarmo integrale", organizzato dal Dicastero vaticano per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale.




In quella sede papa Francesco ha citato il passaggio della Pacem in Terris di Giovanni XXIII dove si afferma che  «L’arresto agli armamenti a scopi bellici, la loro effettiva riduzione, e, a maggior ragione, la loro eliminazione sono impossibili o quasi, se nello stesso tempo non si procedesse ad un disarmo integrale; se cioè non si smontano anche gli spiriti, adoprandosi sinceramente a dissolvere, in essi, la psicosi bellica» (Lett. enc. Pacem in terris, 11 aprile 1963, 61).

L’iniziativa della società civile italiana mira a contrastare tale “psicosi bellica” sostenuta dai maggiori mezzi di  informazione.  La pretesa è molto alta perché richiede al nostro Paese di non percepirsi come una funzionale  piattaforma logistica della guerra che viene, ma il luogo centrale, con Roma, di un’iniziativa di dialogo mondiale per scongiurare l’autodistruzione del mondo.

E questa missione necessaria per rilanciare il ruolo delle Nazioni Unite potrà avvenire proprio perché non è basata sulla minaccia delle armi ma da una forza disarmata e disarmante. 




Foto Ansa 




 

 

 

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