domenica 25 settembre 2022

Domande aperte sulla guerra

 Domande aperte sulla guerra 

Rione Monti Roma 21 settembre 2022 

 

Questo incontro nasce dalla necessità dalla condivisione di alcune domane che ci portiamo dentro senza avere risposte precostituite ma anche nutrendo un profondo disagio verso la narrazione prevalente intorno alla guerra in Ucraina che non può che peggiorare di giorno in giorno tra l’orrore e il dolore delle vittime innocenti che non possono lasciarci indifferenti. 


 

Alcuni tra di noi e tra i presenti sono andati in Ucraina per portare aiuti, aiutare i più fragili a scappare e cercare di aprire canali di dialogo con la società civile sostenendo le scelte di obiezione di coscienza da entrambe le parti. Missioni che si stanno ripetendo a intervalli regolari, la prossima partirà il 26 settembre, il giorno dopo le elezioni come mi ha detto don Renato Sacco di pax Christi, e che comunque possono svolgersi all’interno dello spazio controllato dalle forze armate ucraine sostenute dagli Usa e dalla Nato e quindi anche da noi con la fornitura di armi decisa dal nostro governo in conformità alla linea adottata dall’Unione europea.

Sento ripetere da più parti che la maggioranza della popolazione sarebbe contraria alla guerra e anche all’invio di armi, ma non credo che questa tesi sia corretta se non come sentimento generico. Era decisamente refrattaria alla guerra la generazione del secolo scorso che comunque obbedì in gran parte al richiamo alle armi nel primo conflitto mondiale decisa da una decisa minoranza di interventisti sostenuta da una propaganda finanziata dall’industria che proprio in quella tragedia fondò la propria egemonia.

Dal giorno dell’invasione dell’Ucraina decisa da Putin il 24 febbraio non c’è stata alcuna reale alternativa alla linea di intervenire con la fornitura di armi collocando l’azione europea in maniera indistinta da quella della Nato.

Anche il 20 settembre all’Istituto Sturzo lo storico Agostino Giovagnoli e altri intervenuti parlavano di maggioranza degli italiani contro la guerra e dei cattolici in particolare che registrano su questo tema la conferma della loro irrilevanza politica. 

Personalmente non credo che la maggioranza dell’opinione pubblica sia contro questa scelta politica espressa con grande precisione da Mario Draghi nel discorso alle Camere del primo marzo 

Dal discorso del primo marzo 2022 di Mario Draghi al Senato . Testo integrale su www.governo.it

«Il disegno del Presidente Putin si rivela oggi con contorni nitidi, nelle sue parole e nei suoi atti.

Nel 2014, la Russia ha annesso la Crimea con un referendum illegale, e ha incominciato a sostenere dal punto di vista finanziario e militare le forze separatiste nel Donbass.

La settimana scorsa, ha riconosciuto le due cosiddette repubbliche di Donetsk e Lugansk.

Subito dopo, in seguito a settimane di disinformazione, ha invaso l’Ucraina con il pretesto di “un’operazione militare speciale”.

Le minacce di far pagare con “conseguenze mai sperimentate prima nella storia” chi osa essere d’intralcio all’invasione dell’Ucraina, e il ricatto estremo del ricorso alle armi nucleari, ci impongono una reazione rapida, ferma e soprattutto unitaria».

«Sul piano militare, il Comandante Supremo Alleato in Europa ha emanato l’ordine di attivazione per tutti e 5 i piani di risposta graduale che ho illustrato la settimana scorsa. Questo consente di mettere in atto direttamente la prima parte dei piani e incrementare la postura di deterrenza sul confine orientale dell’Alleanza con le forze già a disposizione.

Mi riferisco al passaggio dell’unità attualmente schierata in Lettonia, alla quale l’Italia contribuisce con 239 unità.

Per quanto riguarda le forze navali, sono già in navigazione sotto il comando NATO.

Le nostre forze aeree schierate in Romania saranno raddoppiate in modo da garantire copertura continuativa, assieme agli alleati.

Sono in stato di pre-allerta ulteriori forze già offerte dai singoli Paesi Membri all’Alleanza: l’Italia è pronta con un primo gruppo di 1.400 militari e un secondo di 2.000 unità».

«L’Italia ha risposto all’appello del Presidente Zelensky che aveva chiesto equipaggiamenti, armamenti e veicoli militari per proteggersi dall’aggressione russa. È necessario che il Governo democraticamente eletto sia in grado di resistere all’invasione e difendere l’indipendenza del Paese.

A un popolo che si difende da un attacco militare e chiede aiuto alle nostre democrazie, non è possibile rispondere solo con incoraggiamenti e atti di deterrenza. Questa è la posizione italiana, la posizione dell’Unione europea, la posizione di tutti i nostri alleati».

«Forse Putin ci vedeva impotenti, ci vedeva divisi, ci vedeva inebriati dalla nostra ricchezza: si è sbagliato. Siamo stati e saremo pronti a reagire, a ribattere».

 

Lo stesso Draghi prima dell’invasione russa aveva evidenziato la necessità del riarmo dell’Italia e da decenni la politica industriale di grandi società come Leonardo e Fincantieri dimostrano questo orientamento condiviso trasversalmente che pone il nostro Paese tra i primi 10 fornitori di armi alla ricerca dei mercati più promettenti, superando le obiezioni morali sul presupposto che la presenza in questo settore giova al prestigio del nostro Paese e che comunque la nostra assenza andrebbe ad avvantaggiare altri stati nostri concorrenti. Si può decidere di spendere soldi per ospedali o asili invece che in armi ma come dice Federico Rampini non possono esistere potenze erbivore..

La tesi “repubblicana” espressa con rigore e precisione da Draghi coincide con quanto sostenuto da tempo da molti esponenti del cattolicesimo politico presenti nei diversi governi.

Il permanere del concetto di guerra giusta e la definizione della legittima difesa nel catechismo della chiesa cattolica sono il suggello anche formale di questa posizione ribadita da più fonti, dai teologi e filosofi fino al segretario di Stato vaticano. La nostra storia nazionale recente è stata fondata poi sulla resistenza al nazifascismo, una lotta non solo armata ma sostenuta dalle armi degli alleati.

Le affermazioni che rimandano alla guerra giusta riprendono anche le condizioni che legittimano il ricorso alle armi. Lo ha ribadito il papa nella conversazione informale con i giornalisti nel viaggio di ritorno dal Kazakistan.

La mancanza o ambiguità delle condizioni richieste per la guerra di difesa dovrebbe aprire però la questione della conseguente scelta obbligata dell’obiezione di coscienza. Cosa è avvenuto invece nel 2003 davanti all’evidente menzogna che ha giustificato la guerra in Iraq?

Ci troviamo ora davanti alla prossima elezione di un parlamento dove esisterà una schiacciante posizione favorevole all’intervento militare secondo il concetto strategico della Nato approvato a fine giugno a Madrid. L’aggravamento della guerra in Ucraina apre scenari inquietanti fino all’opzione nucleare minacciata da Putin e evocata anche in Occidente come dimostrano le dichiarazione della giovane premier britannica Liz Truss.

Secondo Marco Tarquinio, intervenuto all’incontro dell’istituto Sturzo, solo un politico come Aldo Moro, tra gli artefici degli accordi di Helsinki del 1795, sarebbe stato in grado di dare un ruolo all’Italia diverso da quello schiacciato sulla linea atlantista dello scontro aperto alla soluzione finale della storia.

Ma sappiamo quale è stato il prezzo pagato da quello statista democristiano.

Oggi noi non possiamo nasconderci con rimandi al passato o limitarci a riprendere le parole nette e profetiche di papa Francesco che sono ignorate quando denunciano le industrie delle armi ma vengono riprese, tagliandole a proprio piacimento quando si prestano a giustificare la guerra legittimando ancora una volta la benedizione delle armi da una parte all’altra del fronte come già sta avvenendo ancora una volta nel cuore dell’Europa

Le domande aperte vuol dire che non restano custodite nel prudente silenzio in attesa di improbabili tempi migliori e si aprono a risposte che possono non coincidere anche tra persone che condividono l’impegno per la pace.

Il rischio reale è che tutto quanto emerso in questi anni, la lotta contro l’invio delle armi ai regimi oppressivi impegnati in guerre definite dall’Onu un disastro umanitario, il sostegno ai portuali che rifiutano di caricare mezzi destinati a questi massacri, ecc., venga travolto dal realismo politico che impone di allinearci ad una prevalente politica di riarmo senza se e senza ma.

In maniera inaspettata abbiamo promosso l’adesione di oltre 40 associazioni cattoliche all’appello per proibire le armi nucleari come chiede senza sosta il papa che denuncia assieme a pochi altri la prossimità senza precedenti all’apocalisse atomica.

Quell’appello ha rappresentato una prima incrinatura alla dottrina nucleare seguita fedelmente dai nostri governi che accettano e sono favorevoli alla presenza delle bombe nucleari sul nostro territorio. Una consapevolezza destinata di nuovo ad inabissarsi nel tempo della guerra che fa della deterrenza nucleare la fonte della propria salvezza.

È possibile chiedere e far crescere una posizione dell’Europa distinta da quella della Nato, con una propria politica estera che incide sulla difesa comune e quindi sulle politiche industriali?

Piuttosto che invocare l’uscita dalla Nato o un improbabile neutralismo attivo dell’Italia come proposto dalla manifestazione del 5 marzo, non ha più senso chiedere di assumere una diversa posizione dei Paesi fondatori la Ue all’interno dell’Alleanza atlantica? Oppure dobbiamo rassegnarci al fatto che non c’è nessuna alternativa?

Mi colpisce molto infine quello che dice Giulio Marcon a proposito del fatto che non è possibile chiedere, come facciamo tutti, una pace giusta. I negoziati e gli accordi di tregua di solito non definiscono una pace giusta ma almeno fermano il massacro. Alcuni possono dire che è una riedizione della formula “meglio rossi che morti”, ma quale è l’alternativa? Se si accetta, invece, il termine di paragone della situazione attuale con lo scontro contro il nazifascismo non c’è altra soluzione che la guerra fino alla vittoria finale con l’uso di tutti i mezzi possibili.

Come valutare in questo senso la piattaforma avanzata oggi su Avvenire da Stefano Zamagni?

Si ripropongono le domande rivolte da alcuni ragazzi negli anni 50 al periodico Adesso e che sono all’inizio del testo di don Primo Mazzolari “Tu non uccidere”

.

«Caro “Adesso”,

 

siamo un gruppo di giovani né fascisti, né comunisti, né democristiani, ma cristiani, democratici, italiani. Ogni giorno, a ritmo incalzante, sentiamo parlare di riarmi, di stanziamenti favolosi e urgenti per produzioni belliche, di guerra imminente, di difesa nazionale e di blocchi contrapposti.

 

Chiediamo:

 

    In caso di guerra, dobbiamo impugnare le armi?

    In caso affermativo, come italiani, con chi e contro chi?

    In caso di occupazione americana (vedi Patto atlantico) o russa, il nostro atteggiamento dovrà essere di collaborazione, di neutralità o di ostilità?

    Desideriamo una risposta precisa di “Adesso” per ciascuno degli interrogativi.

 

Ringraziamo per l’ospitalità e salutiamo cordialmente»

  

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