«Occorrono cambiamenti strutturali e culturali»
Traccia relazione tenuta a Massa il 14 febbraio 2025 all’incontro promosso dall’Azione cattolica della diocesi Massa Carrara e Pontremoli
Ringraziando per l’invito ad offrire alcuni spunti dal messaggio di papa Francesco sullagiornata della pace 2025 credo che il criterio da seguire sia quello di un discernimento comunitario che nasce dalla vita. Anche in considerazione del lavoro che cerchiamo di portare avanti assieme su tante questioni aperte e controverse, con prese di posizione pubbliche e ufficiali che rischiano, tuttavia, come sempre, di restare affermazioni retoriche senza un impegno reale, deciso e credibile.
Una chiave di lettura che mi sembra di poter cogliere nel messaggio del papa è quello dell’insistenza sulla necessità di una conversione personale mai disgiunta da quella strutturale.
Di fronte alla complessità dei problemi che abbiamo di fronte, come la guerra mondiale a pezzi che si stanno componendo tra loro, viviamo la tentazione costante di ritenerci ininfluenti sul destino del mondo.
È come se progressivamente mancasse un soggetto umano capace di andare oltre l’indignazione. Serve a poco «metterci in ascolto del «grido disperato di aiuto» che, come la voce del sangue di Abele il giusto, si leva da più parti della terra» come dice il papa se poi non si decide di agire per cambiare le cause che provocano quell’urlo di abbandono.
In un discorso fatto al mondo dell’Economia di Comunione nel 2017 Francesco ha affermato senza mezzi termini che
«Il capitalismo continua a produrre gli scarti che poi vorrebbe curare. Il principale problema etico di questo capitalismo è la creazione di scarti per poi cercare di nasconderli o curarli per non farli più vedere».
«Gli aerei inquinano l’atmosfera, ma con una piccola parte dei soldi del biglietto pianteranno alberi, per compensare parte del danno creato. Le società dell’azzardo finanziano campagne per curare i giocatori patologici che esse creano. E il giorno in cui le imprese di armi finanzieranno ospedali per curare i bambini mutilati dalle loro bombe, il sistema avrà raggiunto il suo culmine».
Questo esempio ha poi trovato un’applicazione eclatante quando l’ospedale Bambino Gesù ha rifiutato il finanziamento della società Leonardo, cioè la storica Finmeccanica controllata dello Stato che si è sempre più concentrata, in questi anni, nel settore delle armi.
«Non potrà bastare qualche episodico atto di filantropia. Occorrono, invece, cambiamenti culturali e strutturali, perché avvenga anche un cambiamento duraturo» dice il papa nel messaggio per la giornata della pace.
Con riferimento esplicito alla denuncia della “economia che uccide” lanciata nel 2013 con l’esortazione Evangelii Gaudium, nel discorso del 2017 afferma:
«Bisogna allora puntare a cambiare le regole del gioco del sistema economico-sociale. Imitare il buon samaritano del Vangelo non è sufficiente. Occorre agire soprattutto prima che l’uomo si imbatta nei briganti, combattendo le strutture di peccato che producono briganti e vittime».
Tre anni prima, il 13 settembre del 2014, recandosi a Redipuglia a cento anni dall’inizio della prima guerra mondiale, davanti al sacrario che contiene i resti di oltre 100 mila giovani immolati in quel mattatoio orrendo, Francesco ha detto di sentire il grido di Caino che dice “a me che importa?”. Pochi giorni prima, il 5 settembre, erano stati firmati, con la mediazione di Francia e Germania, gli accordi di Minsk tra Russia e Ucraina, che dovevano condurre al cessate il fuoco definitivo nel conflitto del Donbass, lungo quel confine conteso che rimanda ad uno scontro geopolitico tra Occidente e Oriente che non è stato affatto contenuto.
A Redipuglia, davanti alla tragedia delle vittime del primo conflitto mondiale e a quelle attuali, Francesco ha detto: «Come è possibile questo? E’ possibile perché anche oggi dietro le quinte ci sono interessi, piani geopolitici, avidità di denaro e di potere, c’è l’industria delle armi, che sembra essere tanto importante!
E questi pianificatori del terrore, questi organizzatori dello scontro, come pure gli imprenditori delle armi, hanno scritto nel cuore: “A me che importa?”».
Alla nostra generazione, che appare simile a quella dei sonnambuli della vigilia del 1914, sembra ancora sfuggire il cambiamento d’epoca avvenuto con il precipitare degli eventi avvenuto il 24 febbraio del 2022, giorno dell’invasione russa dell’Ucraina.
Da quel giorno è stato difficile anche solo accennare alle cause di quel conflitto, come ha cercato di fare anche Francesco, per essere arruolati ad una chiamata alle armi che ha trovato i vertici dell’Unione europea compatti nell’affermare la necessità di “trasformare la nostra economia in assetto di guerra” invece di esercitare un ruolo di mediazione e pacificazione.
Il testo di un accordo per fermare i combattimenti era già stato raggiunto il 15 aprile 2022, come è emerso recentemente da diverse fonti tra cui il New York Times, ma si dibatte su chi sia stato effettivamente a farlo fallire. Di sicuro un ruolo decisivo è stato quello dell’allora premier Boris Jhonson, espressione della guida angloamericana della Nato. Le atrocità commesse in questi anni rende ogni pacificazione sempre più improbabile e sempre più ingiusta per chi ha subito danni incalcolabili.
Possiamo trovare un’analogia con l’iniziativa di La Pira nel 1965 quando si recò nel Vietnam sotto bombardamento Usa per trattare positivamente un cessate il fuoco con Ho Chi Minh, tentativo operato di concerto con Fanfani, allora presidente dell’assemblea generale dell’Onu, ma fatto fallire da certi interessi prevalenti che condussero a posticipare la fine della guerra molti anni dopo, nel 1975, con orrendi costi umani.
Ora sembra che, a maggior ragione con Trump, si arrivi per l’Ucraina ad una soluzione di tipo coreano, cioè di congelamento del conflitto senza accordo di pace con l’effetto di aumentare sempre di più l’investimento in armi allo scopo dichiarato di deterrenza, con l’aumento della spesa militare e l’aumento delle truppe in assetto di guerra.
In tale clima si è fatta sempre più suadente la ragionevolezza di una conversione alle ragioni della guerra che non ha trovato prontio a reagire anche il cosiddetto mondo cattolico perché ancora avvolto da contraddizioni non risolte. In pochi oggi riuscirebbero ad aderire al contenuto della lettera di don Milani ai cappellani militari e poi ai giudici.
Di fronte al “Tu non uccidere” scritto clandestinamente da don Mazzolari nel 1955, oggi appare brutalmente ma realistica l’affermazione di Vittorio Emanuele Parsi sul tempo in cui è necessario chiederci «per cosa morire e anche uccidere».
Il neo segretario della Nato Marc Rutte afferma che occorre «assumere una mentalità da guerra».
Credo che tra le contraddizioni irrisolte ci sia la teorizzazione espressa nel primo conflitto mondiale, e ripetuta poi nel 1940, sulla necessità di obbedire agli ordini dell’autorità legittima e quindi di “uccidere senza odio” in quella che il papa dell’epoca pur definiva, rivolgendosi ai capi delle nazioni ma non alla coscienza dei sudditi, genocidio dell’Europa e inutile strage.
Sembrano affermazioni (uccidere senza odio) che suscitano ilarità per le contraddizioni di generazioni antiche e invece sono di grande attualità nelle nostre stesse comunità lacerate davanti a quel conflitto.
O si aderisce all’invito espresso del Movimento nonviolento a fare espressa dichiarazione di non collaborazione alla guerra o si legittima la triste necessità dell’invio delle armi e, secondo la necessità, alla partecipazione diretta al conflitto.
Se lo scenario inevitabile è quello della cosiddetta trappola di Tucidide, cioè dello scontro inevitabile tra Cina e Usa, a noi è richiesto solo di prenderne parte in maniera disciplinata.
Lo storico Marco Mondini ha scritto di recente sul ritorno della guerra e la mai abbandonata accettazione dell’“imposta del sangue” a fondamento del patto di cittadinanza e appartenenza alla patria.
“Siam pronti alla morte, l’Italia chiamò!” è il verso finale dell’inno di Mameli riportato in auge dal presidente Ciampi. «Per due secoli essere un buon italiano ha voluto dire essere sempre pronto a uccidere e morire» scrive Mondini.
A definire i programmi scolastici è stato chiamato dal ministero dell’istruzione e del merito a dare il suo contributo il professor Galli della Loggia che più volte ha sottolineato l’importanza della “grande guerra” nel cementificare l’unità nazionale e ricucire lo strappo con i cattolici.
Una strage quindi “utile”, se si considera di come il milite ignoto, che riposa sotto l’effige della dea Roma, non venga considerato quale testimonianza della follia della guerra ma esempio di orgoglio nazionale con tanto di celebrazioni liturgiche delle feste civili con la canzone del Piave.
Il caso più eclatante di questa assuefazione progressiva alla logica della guerra la troviamo nella nostra adesione come Paese alla cosiddetta dottrina nucleare che ci impone di non discutere dell’adesione dell’Italia al trattato di messa al bando delle armi nucleari approvato dall’assemblea dell’Onu nel luglio del 2017.
Come associazioni e movimenti cattolici abbiamo voluto rendere esplicita questa esigenza di aderire alla campagna di Rete italiana pace e disarmo “Italia ripensaci! promuovendo nel 2021 l’appello “per una Repubblica libera dalla guerra e dalle armi nucleari” con riferimento al realismo politico di Giorgio La Pira nel riconoscere la condizione dell’umanità intera che si trova sul crinale apocalittico della storia: o la distruzione completa o una nuova fioritura. Non esiste una terza possibilità.
Si tratta, prima di tutto, di porre la questione all’interno delle nostre associazioni perché come osservava Thomas Merton negli anni ‘60 il vero paradigma dell’era post cristiana consiste nell’affidamento interiore anche di molti credenti, alla salvezza assicurata non da Dio ma dalla bomba. Un culto idolatrico che promette una salvezza fasulla.
È un fatto evidente anche oggi che gli scienziati atomici ci ripetono che siamo vicinissimi alla mezzanotte nucleare segnata dallo strumento che loro chiamano “l’orologio dell’apocalisse”. La proliferazione nucleare è senza controllo per il gran numero di soggetti che possono farne uso, tanto che ormai se ne parla come strumento possibile, seppur con ordigni tattici, nei conflitti in corso alla ricerca della possibilità di poter assestare il primo colpo senza avere risposta. Una tragica illusione che coltiviamo come Paese visto che ospitiamo bombe nucleari ad Aviano e Brescia come segno della nostra affidabilità e fedeltà atlantica.
Resta senza riscontro la condanna morale esplicita del papa contro non solo l’uso ma anche il possesso delle bombe nucleari.
In fondo è la paura e l’insicurezza che ci pervade e invita al continuo riarmo. Su questo fattore, la paura, insistono i centri studi e pensatoi del complesso militar industriale per convincere una popolazione riluttante ad accettare il fatto compiuto come inevitabile.
Va letto in questo senso, a mio parere, la citazione che Francesco fa della Pacem in terris laddove papa Giovanni dice che «la vera pace potrà nascere solo da un cuore disarmato dall’ansia e dalla paura della guerra».
La pressione mediatica al riarmo dell’Europa si rivolge a Paesi che complessivamente già spendono quanto la Cina e oltre tre volte la Russia. L’ordine di aumentare la spesa militare al 2, 3, 5% è rivolto a governi che controllano aziende di armi in conflitto commerciale tra loro sui mercati internazionali dove vanno alla ricerca di commesse da Paesi che non rispettano i diritti umani, come dimostra il caso dell’Arabia Saudita. La visita lampo della presidente del consiglio Meloni a Riad il 26 gennaio ha consolidato l’alleanza nel settore delle industrie della difesa. Già a maggio 2023 il decreto made in Italy ha rimosso il divieto di esportare missili e bombe verso quel Paese a capo della coalizione militare impegnata nella guerra in Yemen. Divieto raggiunto grazie ad una straordinaria mobilitazione di parte della società civile.
Invece di spingere per una politica estera di pace e quindi una difesa comune improntata ad una razionalizzazione e riduzione di costi, si vuole puntare solo sulla necessità del riarmo mentre l’Italia figura tra i primi dieci Paesi esportatori di armi al mondo. Un primato che vuole mantenere rimuovendo i vincoli imposti dalla legge 185/90 che si vuole svuotare di effetto con la riforma in discussione finale alla Camera fortemente sostenuta dal dall’Associazione delle aziende della Difesa e dello Spazio dalla cui presidenza proviene il ministro della Difesa Guido Crosetto.
Si rischia, quando si riportano fatti reali e nomi concreti, di fermarci a polemiche strumentalizzabili per questo è fondamentale il richiamo che papa Francesco fa nel messaggio a ciò che Giovanni Paolo II ha definito «”strutture di peccato” che non sono dovute soltanto all’iniquità di alcuni, ma si sono per così dire consolidate e si reggono su una complicità estesa».
È davanti a tale realtà che esiste la tentazione di accettare intimamente la sconfitta nella consapevolezza di non poter fare niente.
È l’effetto paradossale che può emergere da un incontro come questo di stasera perché sono decenni che diventato del tutto inconcepibile cambiare lo stato delle cose presenti rifugiandosi in uno spiritualismo disincarnato. La religione come «sospiro della creatura oppressa, il sentimento di un mondo senza cuore» per fare una citazione dotta.
Lo vediamo davanti allo scempio in atto in quella terra contesa che noi continuiamo a chiamare “santa” ma che è dilaniata da conflitti atroci. Abbiamo visto quali sono gli effetti dell’esercizio del diritto di difesa che nessuno nega teoricamente ma che può essere declinato e giustificato nei modi più estremi.
Ci è stato detto, infatti: non è stato forse necessario bombardare a tappeto le città tedesche, giapponesi e italiane per far crollare il nazifascismo? Possiamo rimuovere dalla storia le macerie di Dresda sotto l’effetto degli ordigni al fosforo? Se è così dobbiamo accettare la tesi di Winston Churchill sul tremendo ma “provvidenziale” uso delle bombe nucleari su Hiroshima e Nagasaki 80 anni fa come via necessaria per evitare milioni di morti. Ricordiamoci che il primo a teorizzare strategicamente l’uso indiscriminato dei bombardanti aerei sulla popolazione civile è stato il militare italiano Giulio Douhet.
Per questo motivo la nostra azione deve puntare a dare voce a chi si ribella alla logica dell’odio, alle realtà dell’alleanza per la pace in Medio Oriente che abbiamo visto offrire la loro testimonianza all’arena di pace di Verona. Non come effetto consolatorio ma come esigenza di dare spazio a queste realtà e non solo ai macellai contrapposti per trovare una via di pace in quell’area decisiva del Pianeta. Vi invito a scaricare gratuitamente dall’app di Città Nuova il focus sulla guerra israelopalestinese.
A partire dal messaggio della giornata della pace di papa Francesco abbiamo condiviso la marcia di fine anno a Pesaro dove abbiamo rilanciato la questione delle armi nucleari e della difesa della legge 185/90 che ha cercato di dare attuazione alla Costituzione grazie ai lavoratori che hanno fatto obiezione di coscienza alla produzione bellica. Poco prima della fine del 2024 è morto uno di loro, Marco Tamborrini, che ha pagato la sua scelta con la messa in cassa integrazione e l’espulsione dalla fabbrica.
Oggi sono i portuali di Genova e alte città a rifiutare di essere parte di questa filiera ricevendo il sostegno della Chiesa come avvenuto nel percorso dei fari di pace partito da Genova nel 2022 per toccare i porti di Napoli, Bari e Trieste.
Ma se vogliamo davvero agire per un cambiamento strutturale nel senso giubilare di «ristabilire la giustizia di Dio in diversi ambiti della vita: nell’uso della terra, nel possesso dei beni, nella relazione con il prossimo, soprattutto nei confronti dei più poveri e di chi era caduto in disgrazia», occorre incidere sulle politiche economiche, industriali e finanziarie. Senza queste leve, come diceva La Pira, «non ci resta altro che la magra potestà delle prediche».
Per questo motivo abbiamo avviato con più realtà, associazioni, centro studi e comitati, un laboratorio permanente di politica industriale in grado di offrire percorsi concreti alternativi all’economia di guerra.
I tre segni che Francesco indica come frutto del Giubileo sono
· «L’eliminazione della pena di morte in tutte le Nazioni»
· «Una nuova architettura finanziaria, che porti alla creazione di una Carta finanziaria globale, fondata sulla solidarietà e sull’armonia tra i popoli» ribadendo l’obiettivo del Giubileo del 2000 di arrivare ad una «consistente riduzione, se non proprio al totale condono, del debito internazionale, che pesa sul destino di molte Nazioni».
· Utilizzare «almeno una percentuale fissa del denaro impiegato negli armamenti per la costituzione di un Fondo mondiale che elimini definitivamente la fame e faciliti nei Paesi più poveri attività educative e volte a promuovere lo sviluppo sostenibile, contrastando il cambiamento climatico».
È questa la proposta già avanzata da 50 premi Nobel, e diversi presidenti di Accademie della Scienza Nazionali di tagliare la spesa militare del 2% per affrontare i problemi del mondo.
Una cosa logica che ricorda la richiesta del 1955 avanzata da Raoul Folleraru a a Urss e Usa «Datemi l'equivalente in denaro di un bombardiere e vi assicuro di sconfiggere la lebbra».
Ma l’egemonia della cultura della guerra non riesce ad accettare queste proposte minimali perché la guerra è “alienum est a ratione”.
Uscire da questa follia richiede la nostra conversione. Come ha detto Igino Giordani, figura storica del cattolicesimo italiano antifascista, deputato di pace alla Costituente:
«Non basta il riarmo e neppure il disarmo per rimuovere il pericolo della guerra: occorre rimuovere lo spirito di aggressione e sfruttamento ed egemonia, dal quale la guerra viene: occorre ricostruire una coscienza».

Nessun commento:
Posta un commento